Dahlia

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Stand by me, pt. 2

Inserì il biglietto nella convalidatrice automatica fino a toccare il fondo della fessura. Leggera pressione verso destra. Nessuno scatto. Tirò fuori il biglietto e ripeté la manovra. Ancora nulla, il piccolo schermo a cristalli era spento. Passò alla macchinetta a fianco, ma anche questa non diede segni di vita. Ah, ‘fanculo, me lo farò convalidare sul treno.
Cominciò a correre più veloce che poteva. Il corridoio che portava ai binari sembrava più lungo del solito, complici gli alti tacchi che rendevano speciali, o quanto meno degni di una foto su Instagram, le orribili scarpette rosa che portava ai piedi. In una mano teneva lo smartphone e il suo caricabatterie, mentre con l’altra trascinava un trolley rosa, anche questo degno di una foto su Instagram. I lembi dell’ingombrante pelliccia sintetica, rosa anche questa, sbattevano da una parte all’altra rendendo arduo il mantenimento di un equilibrio precario. Non poteva rischiare di perdere il treno, non tanto perché sarebbe arrivata in ritardo all’appuntamento stabilito per il servizio fotografico (quello poteva aspettare), ma perché lo smartphone aveva disperato bisogno di carica. Un passo dopo l’altro lo sentiva vibrare nella mano sinistra, preda delle notifiche all’ultima foto pubblicata. Molte delle sue colleghe si stupivano del fatto che tenesse ancora attive le notifiche, ma non poteva farne a meno: ogni singola vibrazione le ricordava l’ottimo lavoro svolto, ogni cuoricino conquistato era come un granello di eroina iniettato in vena. La sensazione di sollievo provata era senza pari. Sentiva di essere qualcuno, che un giorno o l’altro sarebbe arrivata anche lei ai vertici. Non le bastava affatto quanto aveva già conquistato, voleva molto di più. Non era sufficiente che la gente la riconoscesse per strada, voleva essere venerata. E come poteva soddisfare il proprio ego con una batteria scarica?
Che binario era, il 12? Controllò il biglietto. E ti pareva se non doveva essere quello più in là.
Cercò di accelerare il passo, ma i tacchi non furono d’accordo. Uno di questi si incagliò in una crepa nel pavimento, inclinando l’asse che teneva in piedi il corpo esile. Si sentì proiettare in avanti, ma subito la gamba sinistra fece da contropalo per sorreggere il tutto. Si fermò un secondo, il sudore che le imperlava la fronte. Calma, che ci arrivi al treno. Avanti, allora.
Giunta in fondo al passaggio, imboccò la scala alla sua destra. Il trolley, un ingombro che la trascinava pericolosamente all’indietro. Venti scalini, ma le sembrarono almeno il triplo. Una volta approdata sulla piattaforma, rimase senza parole: non c’era nessuno. Lo schermo, spento, non indicava alcun treno in arrivo o in partenza.
Non avrò sbagliato binario? si chiese voltandosi in direzione delle altre piattaforme gremite di passeggeri in attesa. Un treno dell’anteguerra si fermò al binario 1, una massa di studenti di ritorno a casa vi si riversò all’interno. Non sarà mica quello? e controllò il biglietto. No, binario 12, ore 14.35. Alzò gli occhi verso l’orologio che sporgeva da uno dei pali che sorreggevano la tettoia. Erano le 14.37.
Ecco, l’hai perso.
Inaspettato, il crollo. Le dita mollarono la presa sulla maniglia del trolley, lasciandolo sbattere sul granito con un tonfo sordo. La mano che teneva lo smartphone le cadde lungo il fianco, il cavo del caricabatterie a penzoloni. E rimase così, impalata, le prime lacrime le bagnarono le guance. Le labbra gonfie di silicone scosse dai sussulti, neanche fosse una bambina che non riesce a trovare la mamma in mezzo a decine di altri sconosciuti. Sbloccò lo schermo del telefono: 3% di batteria, le ultime notifiche come gli ultimi battiti di un essere morente. Scorse velocemente i nomi riportati sui rettangoli bianchi che si susseguivano uno dopo l’altro, ma senza un vero conforto. Quanto sarebbe durato ancora, uno, due, al massimo cinque minuti? Poi il nero lucido avrebbe preso il sopravvento sulla superficie in vetro protetta da una sottile pellicola. Non poteva nemmeno rischiare di aprire Instagram per rimirarsi mentre sponsorizzava l’ultimo modello di scarpe o la nuova maglietta con sopra stampata la sua griffe preferita, o al limite leggere i commenti dei follower. Niente autocompiacimento. Sei sola, tesoro. Stava quasi per chinarsi in direzione del trolley per estrarre la power bank, ma si ricordò subito di averla dimenticata in appartamento.
Non scacciò le lacrime, tanto non c’era anima viva che potesse vederla piangere. Infilò la mano libera nel taschino del pellicciotto e ne estrasse un pacchetto di Malboro lights. «Paglia per signorine», le sembrò quasi di sentire la solita osservazione sprezzante del suo agente, ma erano le uniche sigarette che riusciva a fumare dai tempi della scuola, quando fumare ti rendeva qualcuno. Non appena ne aspirò il debole aroma, il tabacco riuscì a distrarla dal telefono. Tuttavia, nel tempo di un respiro, il cuore ricominciò a tremare. Ancora nessun messaggio da lui.
Era andato tutto storto. Poche ore prima si era svegliata nel suo appartamento, nuda e sola circondata da un silenzio mai udito. Nessun segno di lui, né un biglietto né un oggetto dimenticato nella fretta dell’abbandono. In un primo momento aveva pensato che senz’altro era dovuto correre via per qualche impegno improvviso, ma nemmeno lo smartphone ne riportava qualche traccia. Si era alzata di scatto, senza nemmeno rivestirsi aveva controllato in bagno, in cucina, in sala, ma niente. Lui non c’era più. Era uscito dalla sua vita, fulmineo come ne era entrato. Com’è possibile dopo la notte che abbiamo passato? ma non aveva avuto il tempo per perdersi nei pensieri, la sveglia le aveva urlato che era in ritardo per prendere il treno. Giusto il tempo per un paio di Storie, ed eccola salire sul taxi che l’avrebbe portata in stazione. Durante il tragitto aveva tenuto il telefono stretto tra le mani nemmeno fosse la più sacra delle reliquie. Non aveva il suo numero, ma lui sì, gliel’aveva confessato quando, dopo il quarto gin tonic, avevano deciso che era il momento di rendere la serata interessante. «Se dovessi perderti mentre cerchiamo di uscire, non preoccuparti, tanto ce l’ho il tuo numero» le aveva detto con la sua voce calda, irresistibile nonostante fosse segnata dall’età. Cristo, poteva essere suo padre, ora che ci pensava, e forse era stato proprio questo aspetto a farle abbandonare ogni resistenza.
Era iniziato tutto come un gioco, così era emerso mentre conversavano. Il piano si era messo in moto quando le sue amiche l’avevano lasciata sola con la scusa di andare in bagno. Lui non l’aveva notata per caso, era lì perché le sue amiche l’avevano contatto per farle un regalo. Un gigolò un po’ avanti con gli anni, ma specializzato nel rendere felici le giovani influencer rimaste sole perché troppo prese dal lavoro e da loro stesse. Una volta scoperta la verità stava quasi per andarsene, se non fosse che lui era perfetto. Le ricordava il padre che non aveva mai avuto, non certo quello zotico che aveva abbandonato perché incapace di comprendere il suo lavoro (figurarsi crederci). Una volta a letto, nudi e baciati dalla luce soffusa, si era sentita protetta per la prima volta da anni. Mentre la prendeva da dietro, sentì che le mani rugose che le accarezzavano i fianchi e le natiche con sorprendente delicatezza erano quelle di un vero uomo, ben lontane da quelle appendici appiccicaticce di tutte le nullità con cui si era concessa fino a quel momento. Erano le mani di un uomo la cui missione è quella di prendersi cura della sua amata. E quando provò il suo primo vero orgasmo, singhiozzando di felicità subito dopo, sentì che tra loro si era instaurato un vero rapporto. «Di solito non dormo insieme alle mie clienti, ma questa volta, se sei d’accordo, farò un’eccezione», le aveva bisbigliato all’orecchio scostandole un ciuffo di capelli dal viso rilassato. Lei aveva acconsentito con un cenno, realizzando che si era appena innamorata.
Ora era di nuovo sola. L’unica differenza con la sua vita precedente, il fatto che questa volta non era successo per sua scelta. Scoperto quanto dolce può essere lo zucchero, non si riesce a resistere alla tentazione di continuare a gustarlo. E quindi le lacrime, umida punizione per la sciocca bambina che era. Innamorarsi di un gigolò, santo dio, neanche stesse vivendo un film campione d’incassi…
Una vibrazione insolita la risvegliò dai suoi pensieri. Sbloccò lo schermo: 2% di batteria. Niente, sarebbe rimasta bloccata lì senza la possibilità contattare nessuno, senza potersi rimirare attraverso una fredda galleria di fotografie. Non reperibile per la prima volta nella sua vita, quanto meno fino all’arrivo del prossimo treno.
Fece un ultimo tiro, poi lanciò il filtro ancora acceso tra i binari. Pescò un fazzoletto dal pellicciotto e si asciugò le guance, tamponandole delicatamente per evitare che il trucco sbavasse. Indossò gli occhiali da sole, anche questi un gentile omaggio di una firma che aveva avuto il piacere di sponsorizzare. Finiscila di comportarti come una bambina, vai a vedere se riesci a cambiare il biglietto.
Stava per scendere le scale che portavano al lungo corridoio, quando gli altoparlanti riprodussero un annuncio dai toni meccanici.
«Annuncio ritardo. Il treno Freccia Rossa numero 6702 delle 13.30, proveniente da Brennero e diretto a Roma Termini, è in arrivo in ritardo al binario 12. Allontanarsi dalla linea gialla.»
Mannaggia a te e ai tuoi pensieri, pensò tirando un sospiro di sollievo. «Finalmente una gioia», avrebbe commentato se solo in quel momento avesse avuto la possibilità di fare una Storia. Improvvisamente, la prospettiva di poter mettere in carica il telefono annullò ogni pensiero precedente. Doveva riprendere il contatto con i propri follower, fargli sapere che stava bene. In caso contrario le statistiche del suo profilo ne avrebbero risentito, una mancanza di crescita che poteva fare la differenza tra ottenere un nuovo lavoro ed essere ignorata.
Il treno le si fermò davanti, le porte si aprirono con uno sbuffo. Era la sua carrozza. Il suo era un sedile solitario agli estremi del compartimento, realizzò con piacere mentre sistemava la valigia nel portabagagli. Prima ancora di sedersi inserì il caricabatterie nella presa di corrente posta appena sotto il vetro. Lo schermo dello smartphone si illuminò di nuova vita.
Accavallò le gambe e prese a scorrere le notifiche, godendosi ogni singolo attimo. Nel frattempo, le porte si erano richiuse e il treno cominciò il suo incedere in direzione di Roma Termini. Le amiche non si erano ancora fatte sentire, nemmeno una chiamata o un messaggio da numeri sconosciuti. L’immagine del gigolò stava per ripalesarsi tra le sue sinapsi, quando venne interrotta da una voce timida.
«Scusa?!»
Lei si tolse gli occhiali da sole, per meglio inquadrare il ragazzo che era sbucato di lato. «Sì?»
«Per caso sei Dahlia Borghi?»
«Sì, sono io» e sorrise.
Il viso di lui si illuminò, i brufoli che gli macchiavano le guance rosse d’imbarazzo impallidirono.
«Grande! Io sono Sebastiano. Sono un tuo follower.»
«Ciao, Sebastiano.»
I due si strinsero la mano. Quella di lui era sudaticcia e flaccida, ma lei non ci badò.
«Senti, ti dispiace se ci facciamo un selfie?»
Dahlia si alzò in piedi, reggendosi al sedile per scongiurare gli effetti delle vibrazioni del treno. «Ma certo, nessun problema.»
Posa. Tre, due, uno, cheese. Scatto.
Lui si allontanò di un passo, ingombrando la corsia di passaggio. Controllò la foto.
«Grazie, sai. Sei bellissima.»
«Grazie a te, Sebastiano. Mi ha fatto piacere conoscerti. Ciao!»
Lui la salutò tornando al suo posto, qualche fila più avanti.
Dahlia non fece in tempo ad accendere il telefono che le arrivò una nuova notifica: «sebagamer ti ha taggato in un post». Aprì la foto e rimase in contemplazione. Lui era proprio brutto, ma lei era bellissima. Questa sono io, e questo mi rende viva.
Soddisfatta, indossò le cuffie e aprì Spotify in modalità casuale, lasciando che il treno la conducesse verso il suo lavoro. Non ripensò più al gigolò. Era tornata a essere quella di sempre.

E.

(soundtrack: Muse – Panic Station)


Roccia (Stand by me, pt., 1) lo trovi qui.

Tutti gli altri racconti li trovi qui.

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