Roccia

skkstories_51
Stand by me, pt. 1

«Germana, esco a comprare le sigarette!»
Lei fa per ribattere «Ma se non hai mai fumato?!», ma è troppo tardi.
Lui è già uscito. Non tornerà più.

Parlare in poche pagine di una vita intera non è una questione di poco conto. Non è un’impresa che capita tutti i giorni. Tuttavia, mi serve per capirci qualcosa.
A un certo punto mi ero reso conto di averne piene le tasche. Se solo il capo ufficio mi avesse dato le giuste gratificazioni, forse ora non sarei qui a scrivere. Non so ancora se fosse proprio il lavoro a non essere adatto a me, visto quello che mi ha portato a fare, ma credo che per un dipendente non ci sia nulla di più importante di un grazie ogni tanto. È vero, capo, tu mi paghi per il lavoro svolto, ma questo non mi rende una scimmia ammaestrata. Libero tu di capirlo, liberissimo io di andarmene se la situazione si fa insostenibile.
Il matrimonio? Vale lo stesso. I primi mesi furono stupendi, non molto diversi da una convivenza. Vi fu un punto di demarcazione, però, e credetemi se dico che non sono ancora riuscito a individuarlo. Tutt’a un tratto la vita di coppia diventò noiosa, priva di stimoli che ci facessero crescere. E non voglio fare il classico discorso da maschio castrato, in quanto credo sia stata colpa di entrambi. Nell’unione massima ci stavamo man mano separando. Meglio darci un taglio netto, meglio un grande dispiacere oggi piuttosto che consumarsi via via col tempo.
Dovevo cambiare tutto. Me ne andai senza una valigia, senza nulla che mi tenesse legato al passato. Mi liberai anche dei vestiti che indossavo il giorno in cui la lasciai. Il mio doveva essere un cambio totale, e questo comprendeva anche le camicie di cui riconoscevo l’inamidatura.
Cominciai a fumare per davvero, unico fondo di verità nelle ultime parole che le rivolsi. Ora sono passati trent’anni, e una bionda affumicata mi tiene compagnia mentre butto giù queste righe.
Andai via, lontano. Sistemai tutte le carte per conto mio. Lei non dovette fare nulla. L’iniziativa era mia, quindi spettava a me fare in modo che il danno fosse minimo per Germana. Le assicurai la quasi totalità del mio patrimonio, tanto non lo volevo più. Non mi presentai all’udienza col giudice, lasciai che fosse l’avvocato a occuparsene. Io ero già a qualche migliaio di chilometri, gli occhi curiosi di conoscere la mia nuova vita.
Feci un po’ di tutto, finché non mi decisi a mettere in piedi un’attività tutta mia. Il turismo, un baule pieno d’oro che aspettava solo me. Accompagnavo le ricche signore annoiate nei loro viaggi. Non mi piace il termine gigolò, ma in fin dei conti lo ero. Il valore di un bel viaggio in compagnia unito a quello di una ricca scopata. Pagavano di buon grado per sentirsi donne nonostante i capelli bianchi e la carne raggrinzita. E sapete una cosa? Non ho mai provato schifo. Nei loro occhi vedevo tutta la tristezza di una vita ormai dissoluta, un grande vuoto lasciato da una cassa da morto che le aveva rese vedove prima del dovuto; uno spazio che non può essere riempito da un pene giovane, per quanto questo possa fare il suo dovere con tutti i crismi del caso, ma lo stesso ci si prova.
La mia professione continua anche ora, sebbene io abbia ben superato la sessantina. Ora non sono più vecchie signore, ma giovani annoiate in cerca di qualcosa di nuovo. Faccio qualche spogliarello per gli addii al nubilato (grazie, palestra), ma soprattutto faccio da figura paterna alla nuova nobiltà: le influencer. È come se avessero bisogno di essere tenute a bada, e dovreste vederle quando, ansimanti e a pecorina, chiedono al loro papino di scoparle un più forte. Mi fanno tenerezza, ma devo confessare che mi eccitano da morire. È un rapporto reciproco, il nostro: se loro hanno bisogno che papino le punisca, io devo sentirmi ancora giovane. Uno scambio equo.

È iniziato tutto qualche mattina fa. Ero sul terrazzo di un appartamento di Milano, zona Porta Garibaldi. Il sole stava sorgendo, le vetrate dei grattacieli di piazza Gae Aulenti tinte di una deliziosa sfumatura arancio-viola. Il vento si faceva largo in camera da letto attraverso la vetrata, scostando leggermente il lenzuolo dalle natiche perfettamente scolpite dell’ultima influencer di cui mi ero preso cura.
Me ne stavo lì a fumare, piuttosto affaticato dalla performance, quando mi venne in mente casa. In un istante, tutte le immagini di una vita vennero cancellate dal ricordo del profumo che invadeva le vie del centro la domenica mattina, quando i ristoranti si preparavano all’arrivo dei clienti. Carne, brodo, gli ingredienti essenziali per un ottimo pranzo di festa. Oppure quello che si poteva sentire solo la sera tardi, quando ormai tutti erano rientrati, e lo smog del giorno lasciava spazio affinché l’aria pulisse asfalto. Per non parlare delle mattine invernali, quando la brina cominciava appena a sgelarsi e lasciava le strade linde e fresche. Si trattò di pochi secondi, ma realizzai che tutto ciò mi mancava terribilmente. E sì che avevo vissuto una vita niente male, tra viaggi e soldi, ma nulla sembrava avere più significato del profumo di casa.
Raccolsi le mie cose in fretta, bene attento a non svegliare la sciacquetta ancora bella che addormentata. Non avevo più nessuna voglia di finire sull’ennesimo profilo Instagram fatto di selfie e vestitini. Non contattai le sue amiche per riscuotere quanto pattuito, non aveva più importanza.
Nel giro di un’ora ero sul primo treno. Dormii tutto il viaggio. Nessun pensiero a tormentarmi, nessun dubbio sul fatto che stessi facendo o meno la cosa giusta, solo pace.
Mi sistemai in centro. Un alberghetto che stava lì probabilmente dall’inizio dei tempi, a giudicare dal mobilio. Un sottile odore di vecchio galleggiava per la stanza, impregnando le lenzuola, le tende e perfino le ante dell’armadio, ma andava bene così. Avevo un terrazzo che dava sulla piazza del Comune. Nei primi giorni passai tutti i ristoranti della zona, cosa che non avevo mai fatto nemmeno quando ero di casa. Nessuno mi riconobbe, tranne al pub. I baristi hanno una memoria eccezionale, nonostante la vita li porti a incrociare gli occhi con centinaia e centinaia di volti che raccontano una storia sempre diversa ma uguale. Una birra offerta, una pacca sulla spalla e nulla di più. Di sicuro ricordavano ancora della mia fuga, e magari se ne era parlato per chissà quanto. E ora le voci avrebbero ricominciato a girare, visto che il fiammifero era stato acceso.
Il sabato era giorno di mercato. La mattina, finita la colazione, uscii per una passeggiata. Il tragitto dall’albergo all’edicola durava giusto un paio di minuti a piedi, ma mi rilassava passare tra le bancarelle. Mi piaceva vedere un’umanità sempre diversa ma unita dalle medesime azioni. C’era chi comprava senza fare un fiato e chi si fermava per mettere in pratica l’antica arte della contrattazione. Un piacere per gli occhi e le orecchie. Fu allora che la vidi, Germana. Passeggiava tra i banchi, osservando la merce esposta. Ogni tanto si soffermava giusto il tempo per esaminare le etichette dei prezzi, poi proseguiva il giro. Anche lei era invecchiata, era cambiata, ma conservava tutto il fascino di un tempo. I capelli lunghi e bianchi che spuntavano da un buffo cappello rosa in stile anni Venti, il vestito che lasciava indovinare un fisico ancora asciutto e martoriato il giusto dal passare del tempo. La schiena dritta, l’incedere sicuro. Era come fosse avvolta da un’aura che la faceva risaltare in mezzo al corridoio umano. Fu questione di un attimo. I nostri sguardi si incrociarono. Lei indugiò per un attimo, poi proseguì per la sua strada. Io feci lo stesso.
Sabato dopo sabato, la stessa storia. Un secondo di brivido, poi ognuno a casa sua. Dopo qualche settimana, trovai il coraggio di seguirla. Viveva ancora in paese, a poche centinaia di metri dall’albergo. Un palazzo storico rimesso a nuovo da un po’, davvero carino, con un enorme terrazzo che guardava la facciata della chiesa.

Ora me ne sto su questa roccia. Mi piazzo qui ogni mattina, sigaretta accesa, finché non la vedo uscire di casa, un’abitudine che mi fa andare avanti di giorno in giorno. Avrà sentito del mio ritorno? Sono sicuro di sì. Sa che me ne sto qui a guardarla camminare verso la sua vita? Certo che sì, eppure fa come se non esistessi. Mai uno sguardo, mai una tenda che si scosta per accertarsi della mia presenza. Ormai sono uscito dalla sua vita, cosa che lei non ha mai fatto dalla mia.
Forse è proprio questo il senso del richiamo che mi ha riportato qui: provare anche solo una briciola della sofferenza inflittale dalla mia inettitudine. La punizione per non averci provato fino in fondo, per aver creduto che non ci fosse niente di recuperabile. Lei è andata avanti, si è rifatta una vita. Io no. E per quanto abbia provato a scappare, la solitudine mi ha ritrovato. Solo, su questa roccia.

E.

(soundtrack: Ben E. King – Stand By Me)


Dahlia (Stand by me, pt., 2) lo trovi qui.

Tutti gli altri racconti li trovi qui.

3 risposte a "Roccia"

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