Coronavirus: cronache di una pandemia

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Quando si scoprì che il virus era in grado di sopravvivere sulle superfici inanimate, gli smartphone vennero abbandonati in attesa che la batteria si scaricasse. I saccheggi durarono ancora una settimana, poi gli scaffali dei supermercati rimasero vuoti per sempre. La gente corse a rifugiarsi a casa, questa volta per davvero. Le fabbriche si erano fermate, i campi erano costellati di trattori lasciati ad arrugginire. Gli allevamenti non vennero toccati perché nessuno era più in grado di macellarsi la carne, le bestie morirono in un concerto straziante.
Porte chiuse a chiave, dispense gonfie di pasta (anche penne lisce), uova e carta igienica. Una popolazione di leoni ridotta a un branco di cuccioli miagolanti, tutti raggruppati davanti alla televisione.
Nel giro di un mese il virus aveva sì mietuto le sue vittime, ma come era venuto se n’era andato. Tuttavia, le persone non credevano più a una parola di quanto comunicato dai media. Fu allora che scoppiò la vera psicosi. Le dispense si erano svuotate in fretta, complice l’incapacità di razionamento di una specie troppo abituata al benessere. Assalti ai vicini, stupri di gruppo, omicidi di massa, e tutto per racimolare un pacco di pasta o un barattolo di latte condensato; un modo come un altro per rallentare di qualche giorno il dimagrimento forzato.
Quando l’essere umano rinunciò a ogni qualsivoglia struttura sociale, l’unica spinta che lo mosse fu l’istinto di autoconservazione del singolo. Cannibalismo. Ben presto non rimase più nessuno. Finalmente, la Terra si godette un po’ di silenzio.

Non so ancora come definire questa mia fantasia cinica, se non un segnale d’allarme, seppur intriso di paradossi, che trova una sua verosimiglianza in quanto captato in questi giorni di contagio. E più che di contagio, si dovrebbe parlare di disagio: stazioni prese d’assalto, ritrovi pubblici anche se vietati, sfide social a chi la fa più grossa in barba alle misure di contenimento; questo e molto altro è il nostro popolo, riassumibile com’è nella definizione di ‘ammasso di imbecilli senza alcuna coscienza civica’.
Io non so come andrà a finire questa storia, ma è inutile negare le responsabilità legate a un sistema di informazione che non sa ancora gestire la velocità. Titoli appena abbozzati, comunicazioni slegate, mormorii, e la notizia è pronta per fare danni. Intermediari il cui compito dovrebbe essere quello di facilitare la comprensione, svelano una natura di squalo in totale sprezzo di cautela e conferme. L’importante è non bucare il momento, tanto il tempo per le smentite si può recuperare. Peccato che certe notizie non rimangono sulle piattaforme, ma influenzano la quotidianità. Per non parlare dei complottismi vari ed eventuali, sempre pronti a rispondere con domande a domande, imbarazzanti minestroni di teorie che hanno convinto la tassonomia ad abbandonare quel sapiens frutto di faticosa evoluzione.
E nel momento in cui si oltrepassa la responsabilità giornalistica, non si può fare a meno di provare un po’ di tenerezza per tutti coloro che consciamente hanno violato le misure strombazzate ai quattro venti, incapaci come sono di una qualsiasi forma di discernimento. Perché se è vero che parte della colpa ricade su alcuni giornalisti, il resto penzola dalle lingue inanimate di un popolo abituato a essere capra (e a cui, si vede, piace esserlo).
È in momenti come questo che ripenso a quel «Prima di parlare, respira e conta fino a dieci» che tanto mi ha ammorbato durante l’infanzia. Con il passare del tempo ne avevo già compreso il significato, ma mai come ora avrei voluto vederlo mettere in pratica. E sì che sarebbe facile, ma si sa: tecnologia e disinformazione, quando trovano una platea impreparata, sono armi potenti.
Dovremmo trovare un modo per distrarci. Non dico dimenticare l’attenzione necessaria, ma almeno disintossicarci dalla cupola informativa che ci ha oscurato il sole. L’alternativa è il contatore dei vivi e la speranza di raggiungere il grado di influencer zero, ultimo testimone di un’estinzione autoinflitta.

Vale davvero la pena vivere nel panico?

E.

(soundtrack: Ray Noble & His Orchestra – Midnight, The Stars And You)



Le altre parti del racconto le trovi qui.

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