Binari

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«Siamo in Italia!»
Ogni volta, nella voce di papà, si poteva avvertire un misto tra tristezza e sollievo. Tristezza perché il confine era una linea di demarcazione che sanciva l’abbandono, seppur temporaneo, di quella che per noi era diventata casa. Sollievo per essere quasi alla fine del viaggio, sebbene da Tarvisio a Udine mancasse ancora un po’ di strada, e, non di meno, per il fatto che avrei finalmente smesso con la tiritera «Siamo arrivati?», «Quanto manca?», «Devo fare pipì!»; per non parlare del fatto che ogni volta, appena partiti, lamentavo di avere fame. Ero davvero insopportabile, sebbene i miei mi avessero abituato presto ai lunghi viaggi in macchina.
Detto questo, passare il confine mi rendeva euforico. Budapest era la mia casa, certo, ma il Friuli era tutta un’altra storia: voleva dire nonna, gnocchi al ragù, frico e polenta, brovada, musetto e vizietti vari elargiti da parenti e amici di famiglia. All’epoca non mangiavo quasi nulla – e capisco la fatica nell’immaginarlo – ma mai avrei rifiutato un buon frico e polenta.
Allora eccomi lì, dopo la sosta obbligata al primo autogrill per bere un buon espresso e comprarmi gli orsetti gommosi coperti di zucchero. Rimiravo le montagne che scorrevano ai lati della strada. Potevo sentirne il profumo, un fresco torpore che solo chi è cresciuto tra di esse può capire. Nell’abitacolo regnavano le note dell’ennesima cassetta creata da mio fratello. E non mi rendevo conto di quanto mi sarebbe mancata quella strada. Una semplice e interminabile striscia d’asfalto, che tuttavia stava già facendo da vettore a una sterminata serie di ricordi; una coppia di binari che scandiscono il ritmo di una vita un balzello alla volta.

Ora, ancora una volta, sono sulla strada per Tarvisio. Ancora una volta sono a casa verso casa.
Ci sono strade che conservano una certa potenza.
Mi ci è voluto un viaggio a Vienna per capirlo. 24 anni dopo.

E.

(soundtrack: Zucchero – Il Volo)

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