Balcon – Finestra

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Ogni giorno salgo lassù. Posiziono la scala, salgo i trenta pioli e immergo lo straccio nel secchio pieno di acqua e sapone. Una passata. Strizzo lo straccio. Seconda passata. Passo il vetro con l’asciugamano che porto attorno al collo. Infine afferro il secchio, scendo in un concerto di scricchiolii e, una volta a terra, riporto la scala nello sgabuzzino. Una volta finito, apro la grande porta, ma solo dopo aver dato un’occhiata al lavoro svolto.
La finestra è lì, sola, persa in una parete rigata dalle crepe nello stucco. E rifletto che un giorno vorrei aprirla, quella finestra, e vedere cosa c’è dall’altra parte. E sì che non ci vuole molto, basterebbe che un giorno mi decida a girare la maniglia e scostarmi quanto basta per fare in modo che i cardini scorrano fino ad arrivare in battuta. E sì che non è un mistero ciò che mi ritroverei a guardare. So bene cosa c’è dall’altra parte: la strada che percorro ogni giorno, i tetti crollati delle case pullulanti dei fantasmi appartenenti a coloro i quali hanno deciso di abbandonare questo posto la notte in cui la terra decise di farci sapere quanto fosse viva; in lontananza vedrei le montagne, silenziose testimoni e guardiane di un paese ridotto al silenzio.
Me la ricordo bene, quella notte. Le teste e gli occhi insanguinati, i corpi maciullati dalle macerie, il campanile ridotto a un cumulo di pietre, urla impastate dalla polvere. Il buio, gli abbaglianti dei soccorsi. E finì tutto nel giro di pochi giorni. Tutti via, tutti dispersi, strappati e bruciati come le erbacce che crescono nell’orto. E di chi era la colpa, di Dio? Allora perché aveva strappato le braccia a suo figlio?
Io no. Io sono rimasto qui, e ogni giorno mi prendo cura dell’unica cosa rimasta immacolata. E sì che potrei usarla per casa mia, visto che in tutto il paese non sono riuscito a rimediare un vetro intatto, ma preferisco lasciarla lì. È una sopravvissuta, come me, ostinata a non lasciare il suo piccolo mondo, e per questo merita tutto il mio rispetto.
Eppure mi piacerebbe aprirla, ma ho paura che da lassù tutto appaia diverso. Da lassù il terremoto è stato sconfitto, il paese ricostruito pietra su pietra. Il campanile che allunga la sua croce cercando di toccare il cielo, il Cristo racchiuso in una teca e venerato più di prima. Le strade e i tetti immacolati che pullulano di persone che tengono viva la memoria di quanto è stato e del lavoro che è servito per superarlo. Una popolazione che è riuscita ad andare avanti, tranne me. E allora ogni giorno mi arrampico su questi trenta pioli, perché il mio mondo è qui. È prima di ogni cosa, e non voglio tornare indietro.

E.

(soundtrack: Max Richter – The Consolations Of Philosophy)

(nella foto: Chiesa di Sant’Andrea Apostolo, Venzone)

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