Di lettura e diritto alla disconnessione

Una riflessione nata grazie a una passeggiata dettata dalla frustrazione

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Questi sono i momenti in cui vorrei avere una sigaretta tra le labbra, poi mi ricordo che l’unico tabacco a portata di mano è sotto forma di aroma estratto e allora mi accontento di qualche boccata dalla sigaretta elettronica.
Sono anche i momenti in cui, considerato il tema, mi rendo conto che non mi basteranno le 2.200 battute (spazi inclusi) di Instagram, il che mi fa ringraziare di avere ancora un sito in cui non esistono limiti simili; semmai esiste solo quello dettato dal buon senso, una sorta di elastico pronto a pizzicarmi la base del collo non appena il risultato finale dovesse essere un polpettone prolisso e illeggibile.

Questo pezzo nasce dalla frustrazione e da una passeggiata sotto la pioggia. La mattina di mercoledì 3 gennaio sentivo il bisogno di uscire di casa. Non ho aspettato di cambiare idea: jeans, felpa, scarpe, giubbotto e via per le strade di una Valeggio immersa nell’umidità invernale. Una necessità non occasionale, la mia, dettata dal doveroso ritmo di camminate mattutine intrapreso durante le ferie (naturale estensione delle passeggiate che mi concedo in pausa pranzo) e rafforzata dall’esigenza di schiarirmi le idee a proposito del tempo passato a scrivere contenuti per i social. La pioggia che mi ha sorpreso dopo il primo chilometro mi ha aiutato, ecco tutto, come spesso succede quando la sento picchiettare sul vetro dei lucernari. Non mi sono lasciato dissuadere, ho sollevato il cappuccio e, tempo di finire il giro, avevo le idee chiare.

L’ultima recensione pubblicata su Instagram non è andata come speravo, conferma di un andamento già evidente da qualche mese. Per quanto non abbia mai dato molta importanza ai numeri, il calo di like e visualizzazioni è evidente e l’esempio emblematico è Magyar Perspectives (un lavoro di due settimane che mi ha portato una manciata di letture). Al che, la domanda è venuta spontanea: che senso ha continuare a spendere tempo per pubblicare un contenuto?

Ammetto che dopo la pubblicazione di Magyar sono stato lì lì per mollare tutto al grido di «Tenetevi le vostre frasette buone per la carta igienica» (per dirla in maniera elegante), e la tentazione era davvero forte. Tuttavia, dopo qualche giorno il dubbio si è trasformato in un elenco di domande degno di quei profili che ti promettono la formula magica per «crescere sui social e guadagnare tanti soldi».
Cosa devo pubblicare?
Devo dedicarmi a video o reel?
Devo pubblicare ogni giorno?
Devo scrivere solo ciò che piace al grande pubblico?

L’interrogativo cardine, però, è uno: dove sbaglio?
Mi ci è voluto un po’ di tempo, e solo la passeggiata mi ha aiutato a trovare una risposta: sbaglio nel dare troppo peso.
Se può sembrare una constatazione semplice, le sue fondamenta non lo sono.

Fermo, mi sono detto, rallenta e prenditi il tuo tempo. Ricorda Se non hai niente da dire, non dire niente. Pubblicare con il solo scopo di pubblicare non serve a nulla, men che meno adattarsi alle logiche imposte dai creatori di un algoritmo che spinge l’utente a passare più tempo possibile su una piattaforma in cui il contenuto “svuotacervello” e di facile scorrimento ha preso il sopravvento.
Intendiamoci: i video “stupidi” (giusto per fare un esempio) sono sempre esistiti e a volte aiutano a rilassarsi, ma mai come ora si assiste alla loro presa di potere.
La frenesia tipica delle nostre vite si rispecchia sui social. Le storie e la sezione reel di Instagram – con le loro musichette, luci, colori, montaggi veloci e lo “scorri in alto per vedere contenuti simili” – sono lo specchio di una realtà che gioca sull’uniformità; per non parlare dei poeti e Aforisti Anonimi, produttori seriali di frasi ad effetto prive di una qualsiasi profondità in cui la parola perde il suo potere introspettivo e si riduce a pura grafica; oppure è sufficiente fare un giro tra gli hashtag dedicati ai libri e notare come i volumi siano ormai ridotti a meri oggetti di design.
Cos’è questa rincorsa al contenuto di successo se non una progressiva perdita dell’unicità che da sempre ci contraddistingue?

Tutto ciò fa parte del gioco dell’immedesimazione e della condivisione veloce, un meccanismo volto alla perdita sistematica di significato in cui il numero di “mi piace” conta più della qualità effettiva.
Nel discorso finale de Il grande dittatore, Charlie Chaplin diceva: «Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi». Parole risalenti al 1940 e ancora attuali, che però adatterei così: abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi nell’imitazione reciproca.

Detto ciò, capisco anche che le attuali condizioni di vita non ci spingano ad andare oltre. Dopo una giornata passata tra lavoro e preoccupazioni, l’unico desiderio è quello di sedersi sul divano e svuotare la testa. Possibile, però, che l’alternativa sia così difficile da trovare?
La soluzione non è semplice, me ne rendo conto, eppure tutto sta nel concedersi il proprio diritto alla disconnessione:

  • scorrere meno e leggere di più;
  • non lasciarsi condizionare dalla facilità con cui veniamo bombardati;
  • usare il proprio tempo per crescere e non solo per lasciarsi annichilire da migliaia di contenuti fotocopia;
  • leggere una pagina o due al giorno (è sufficiente per cominciare) e non lasciarsi influenzare dal “voglio tutto e il più presto possibile”;
  • spegnere la suoneria del telefono, abbandonarlo in un cantuccio lontano dagli occhi e riabituarsi al silenzio dettato dall’assenza di notifiche.

Mi rendo conto della similitudine con un percorso di riabilitazione, ma il fatto davvero drammatico è che ne abbiamo bisogno tutti.

Ora che la carica della sigaretta elettronica è quasi al termine, mi concedo qualche tiro giusto per arrivare alla fine. Una rilettura, due, una sistemata qui e lì e spegnerò il computer, con la speranza che il messaggio sia chiaro.
Il telefono è sul tavolo, mannaggia a lui, e il led delle notifiche lampeggia. Resisti.

«Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!»

(Charlie Chaplin, Il grande dittatore, 1940)

E.

2 risposte a "Di lettura e diritto alla disconnessione"

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