Raccensione

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Racchiudere la propria vita, provare a descriversi tramite una ricetta. Uno spunto che ho trovato interessante fin dai temi dell’università, ma che può trovare il suo compimento attraverso un brano tratto da “La vita fino a te”, l’ultimo libro di Matteo Bussola.

«In quarta liceo arrivò a scuola una ragazza del Costa Rica.
Si chiamava Laura, il preside ce la presentò dicendo: — Da oggi avrete in classe una compagna che profuma di caffè, — che è un po’ come se io andassi in una scuola francese e mi additassero come quello che profuma di pizza margherita.»

(p. 32)

Proverò a prenderla un po’ larga. Di questo mi scuso, ma se vorrai seguirmi fino alla fine, caro Lettore, ne sarà valsa la pena sia per me che sono finalmente riuscito a scriverci su, sia, spero, per te, che magari ti sentivi invogliato a dire la tua su questo argomento.
Il mio parallelismo col brano riportato inizia circa 23 anni fa, quando tornai in Italia dopo tre anni passati a Budapest. In quel periodo mio padre aveva lavorato all’ambasciata italiana della capitale ungherese. Non per ordini particolari, come probabilmente è facile pensare a una prima lettura della cosa, ma per scelta. Voleva migliorare sia la nostra sia la sua condizione. Quando, infatti, una situazione lavorativa non riesce più a soddisfare per i più disparati motivi, l’istinto di ricominciare è insito in tutti coloro i quali riescono a guardare più in là del proprio naso. Il desiderio di un miglioramento psicologico, quindi non solo legato alla pura sopravvivenza, è un concetto proprio della specie umana. Una migrazione volontaria con la quale si mira a ricercare la propria ‘felicità’, da considerare nella sua concezione completa, ovvero come «stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato» (Treccani). Il tutto arrivando a mettere a rischio ogni sicurezza iniziale.
Quelli a Budapest furono tre anni di cui ancora faccio fatica a parlare senza sentire le lacrime che cercano di rigarmi le guance, i cui risultai sono stati due: un amore sconfinato per la città e riuscire a guardare le cose con un occhio critico differente, senza mai tralasciare un’inversione di veduta utile alla comprensione. Lasciando, poi, perdere un gusto smisurato per i contrasti di sapori di cui è fatta la cucina dell’Est Europa, e che sono il vero centro di questo mio discorso.
Arrivò il momento di tornare in Italia. Dopo giorni e giorni passati a inscatolare le nostre cose e smontare i mobili, eccoci lì a dare un ultimo saluto alla città che avevamo tanto amato. Andammo anche a trovare i nostri conoscenti, i miei ormai ex compagni di classe, nonostante la sera prima avessimo cenato insieme. Ricordo ancora quel giorno: era settembre, la scuola era già cominciata e il sole splendeva sul Budai Várnegyed (la collina del Palazzo Reale, per intenderci) rendendo incantevole il paesaggio di Pest corredata com’era da un Danubio che era uno specchio. Ora immaginate un nanetto di nemmeno otto anni che si trova a dire addio al suo primo grande amore, una bambina italiana che come lui viveva in città per il lavoro di suo padre. Un abbraccio, un bacio sulla guancia e la promessa che ci saremmo scritti; no, caro Lettore, allora i telefoni cellulari erano ancora dei trabiccoli enormi con un minuscolo schermo verde-nero e dal peso di svariati chilogrammi, non esisteva Whatsapp, i computer non erano poi così user-friendly (anche se della cosa dubito ancora fortemente), Internet un miraggio e una chiamata internazionale era in grado di prosciugarti il conto in banca. Il metodo più economico e comodo per mantenere un contatto era scriversi delle lunghe lettere, il cui numero di francobolli e il colore della busta donava tangibilità alla distanza che ti separava dal destinatario/mittente.
Pensai a lei per tutto il viaggio. La strada che mi portava in Italia, seppur familiare, mi dava l’idea di essere diversa. Era un viaggio di sola andata, non più un tragitto che pochi giorni dopo avrei ripercorso sull’altra carreggiata. Stavo abbandonando la casa che avevo imparato ad amare e che mi sarebbe rimasta sempre nel cuore. E mentre rompevo l’anima ai miei col ritornello «Quanto manca? Quanto manca?» imparai che anche un bambino può provare rimpianti per tutte quelle cose un cervello troppo giovane e la timidezza gli avevano impedito di fare: gustare a dovere la cucina locale, imparare una nuova lingua, baciare il proprio amore.
Dopo una tappa in Friuli per rivedere i parenti, ci rimettemmo in viaggio verso una nuova casa. Poco più in giù di Roma. Il lavoro di mio padre ci stava portando in un altro luogo ancora.
A prima vista, Segni era qualcosa che avevo visto di rado. Un paesetto arroccato sulla cima di una collina, con uno sviluppo che comprendeva il colle accanto.
Come accade nei piccoli centri abitati, tutti conoscevano tutti. Io no. Io ero passato dall’altra parte: ero uno straniero. Non rientravo nemmeno nella categoria di persone che si assentano dal luogo natio per tornarci qualche anno dopo. Dovevo, dovevamo, ripartire da zero pur essendo tornati in Italia.
A causa del trasloco, cominciai la terza elementare in ritardo. Tuttavia, i miei decisero che non c’era altro tempo da perdere. Se no rischiavo di rimanere troppo indietro col programma. Così la mattina andavo a scuola e il pomeriggio facevo i compiti in albergo o a casa di un ex collega di mio padre conosciuto in ambasciata.
Venni catapultato in una classe già bella che fatta. Tutti si conoscevano, tutti avevano già un soprannome legato alle caratteristiche peculiari di ognuno. Io no. Io ero straniero. Come capita tra bambini, però, non fu un problema trovare il mio spazio. Molti erano curiosi e mi facevano qualche domanda sull’Ungheria, spesso dettate dai pregiudizi dei genitori (al tempo non conoscevo ancora il significato della parola ‘zingaro’). Altri, invece, mi presero sotto la loro ala protettrice. Uno in particolare, il più grosso di tutti, decise che ero il suo migliore amico. Quando ero in sua compagnia nessuno osava infastidirmi, soprattutto quelli delle altre classi.
Sentivo, però, che tra noi c’era una differenza abissale, un po’ come quando un elemento nuovo cerca di entrare a far parte del branco. Un modo diverso di parlare, un odore diverso. Un po’ come quando, sull’autobus, ti trovi vicino una persona dalla pelle più scura. Storci il naso dall’odore, scambiando per puzza quello che spesso è il profumo donato dal cibo consumato. E più il cibo è speziato, più il profumo è forte.
L’ho capito solo ora: io profumavo ancora di guyásleves, la tradizionale zuppa di carne ungherese. Il dolce-piccante di paprika e cipolle, il cumino che aggiunge una nota pungente alla dolcezza del peperone, carote e patate che fanno da base al confortante gusto della carne di manzo. Il tutto racchiuso in una scodella fumante. Un paio di cucchiai e ti lasci alle spalle la stanchezza. Il freddo portato dai venti della steppa è solo un ricordo. Un profumo che, a ripensarci, era ancora forte quel giorno in cui entrò in classe il bidello e, dopo essersi scusato per l’interruzione, annunciò che era arrivata la madre del bambino ungherese.
E forse profumo ancora di guyás. Sarà per questo che, anche negli spostamenti successivi, c’è sempre stato un muro tra me e gli altri. Un po’ dovuto ai continui spostamenti, non lo metto in dubbio, ma anche a causa del mio odore. Anche qui, dove vivo tutt’ora, appena arrivato io non ero italiano, ma straniero. Sarà per questo che, spesso, preferisco starmene in disparte. Ascolto, immagazzino, imparo. Quasi che debba apprendere, ancora una volta, le regole del branco.

Un libro che con qualche riga riesce a evocare tali ricordi, non può essere altro se non un buon libro. Questo è “La vita fino a te” di Matteo Bussola.
Non è tutto oro ciò che luccica, intendiamoci. Sebbene apprezzi lo stile di Matteo, diretto come pochi altri, trovo che alcuni racconti siano fin troppo banalotti (termine che non ha alcuna accezione offensiva). Parlo di quei brani che terminano con il classico «l’amore è bla bla bla»; un po’ troppo Fabio Volo per i miei gusti.
Ho apprezzato, invece, la capacità di trovare una storia anche nell’aspetto apparentemente più insignificante della vita, sintomo di una forte capacità di osservazione che molti scrittori contemporanei e poetucoli vari dell’Internet possono solo sognare. E poi, lasciatelo dire Matteo, il penultimo racconto è valso la “fatica” per arrivarci; è il sunto dell’intero libro.
Per questo, caro Matteo, ho voluto dedicarti questa “raccensione”, un brano a metà strada tra racconto e recensione e la cui definizione suona molto come riaccensione. Infatti, era un po’ che non mi capitava di ripensare al giorno in cui ho lasciato casa. Sarà perché, pian piano, mi sto abituando a una nuova. Il profumo di guyás, però, è ancora forte. Ma questo, l’ho finalmente capito, fa parte di me.

E.

(soundtrack: Csík Zenekar – Pálpaliné Balladája)

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