Influencer zero

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Vedere le strade deserte fa sempre un certo effetto. Il silenzio, quello vero, è come un macigno impossibile da sollevare, soprattutto in una metropoli. Ancora non riesco ad abituarmici, tanto avevo le orecchie immerse in un costante brusio grondante vita. Ora mi sembra di essere sordo, quasi non sento i miei passi striscianti tra le foglie secche che coprono i marciapiedi. Si dice che nel silenzio ogni minimo rumore si amplifica nell’aria come un boato, ma non è così. L’assenza dei clacson, dei motori, delle sirene, del continuo vociare di mille e mille sconosciuti impegnati al telefono con altrettanti sconosciuti ha creato un nulla sonoro, un vuoto pneumatico che circonda un globo già immerso nel silenzio glaciale dell’infinito.
Ogni giorno vengo qui. Il contatore ha preso il posto delle pubblicità luminose. Ogni giorno migliaia di led bianchi indicano un numero diverso, sempre più basso. Ho anche smesso di pormi domande sul suo reale funzionamento da quando quel numero ha raggiunto il centinaio, rendendo reale quella che fino ad allora era solo una fantasia espressa in un momento di totale disillusione.
-99.
Ci siamo quasi. Un’altra briciola fatta cadere dalla tovaglia in direzione del pavimento, una nuova scrollata in attesa che l’aspirapolvere renda tutto liscio e immacolato.
-98.
Questi dovevano essere insieme. Un suicidio? Un omicidio finito male anche per il killer? So solo che ultimamente è raro vedere il contatore calare così in fretta.
Mi diverte pensare al fatto che noi 98 avremo difficilmente la forza di incontrarci, e se mai avvenisse sarebbe per caso. Il sovrappopolamento terrestre è sempre stato un cruccio non da poco, ma qualcuno si è mai fermato a pensare il contrario?
Ricordo quella teoria riguardante il numero massimo di gradi di separazione esistente tra ogni essere umano (sei, se non ricordo male), un modo per distruggere l’egocentrismo imperante di una società basata sul movimento continuo. Sebbene immensa per un singolo, la Terra finiva per essere accessibile a tutti, e questo attraverso un numero massimo di cinque intermediari.
Come la mettiamo adesso? 98 persone non sono nulla, solo uno sputo su un’autostrada. I gradi di separazione sono aumentati o diminuiti?
-97.
Un altro addio silenzioso.
Nelle note del telefono ho pronto il mio ultimo messaggio, le dita pronte a inviarlo in un Internet funzionante ma senza più alcuna voce nel mondo che l’ha prodotto.

-20.
BANG!
-19.
Soffio sulla bocca della canna, rinfodero la pistola.
E dire che avevo perso ogni speranza nei confronti di Twitter. È bastato poco: un tweet, un mi piace e subito una risposta. La promessa di un incontro. Quattro parole: «Sarò io l’ultimo.» Un corpo cade sul marciapiede, gli occhi ancora intrisi dell’unico sentimento bandito da questo mondo: speranza. E sì che era anche una bella donna, forse con qualche anno di troppo ma tenuto bene, utile se solo avessi voluto dare il via a un tentativo di ripopolamento.
Mi spiace, tesoro, ma ciò che ho da dire, ciò che voglio vedere, è più importante di te e degli altri diciotto ancora presenti. Se vuoi essere “l’ultimo”, non puoi aspettare che gli eventi seguano il loro corso. Devi forzare il continuum, così da aggiudicarti il primato.
Cara numero 20, sei solo un gradino in meno per la mia ultima impresa. Peccato solo per le tue gambe e i tuoi fianchi, mi ci sarei senz’altro divertito.

-2.
È già qualche giorno che il contatore è fermo.
Dove sei, brutto figlio di puttana? Tweet dopo tweet cerco di attirare la tua attenzione, ma tu non ci sei. So benissimo che anche tu mi stai aspettando. Lo so che ti sei attrezzato nella speranza di non chiudere gli occhi per ultimo.
Chi dei due verrà scelto?

Le braccia addormentate, il dito a un millimetro dal pulsante “Tweet”. Gli occhi socchiusi, perenne lotta contro il sonno.
Da due giorni ho terminato le provviste. La fame cerca di distrarmi i sensi, ma le decine di schermi che mi circondano continuano a ripetermi di non mollare. Una gabbia a forma di hashtag che mi chiama a gran voce. Rimani sveglio, vecchio.
Nel frattempo, l’alba schiarisce la striscia di cielo che mi sovrasta. La carta dell’ultima barretta energetica vola via in un soffio di alluminio.

Un colpo metallico mi desta l’udito assordato da mesi di silenzio. Spalanco le palpebre. Lo smartphone mi scivola di mano, nel recuperarlo quasi pigio il pulsante “Tweet”. Il corpo percorso da un brivido nuovo, ben lontano dal piacevole intorpidimento di un tramonto autunnale.
Alzo gli occhi verso il contatore: -1.
Con un sorriso leggo e rileggo il testo sullo schermo del telefono.

«L’uomo ha fatto il suo tempo, ed era anche ora. Adesso è tutto bellissimo. #tweetestinzione»

“Tweet”.
“Il tuo contenuto è stato pubblicato”.
Ora anche Internet può finire. Mi sono bastati 89 caratteri. Ora sono io a parlare per primo, e tutte le tendenze al mondo riporteranno il mio hashtag.
Sono l’influencer zero, e non importa che dall’altra parte non ci sia nessuno a leggermi. Ciò che conta è che sono riuscito a realizzare il mio sogno, una fantasia espressa in un momento di totale disillusione.
Fammelo rileggere, va’…

– . –

Come intrappolata in un blocco di ghiaccio, Times Square aveva terminato la sua attesa. Proprio lì, su una delle panchine che circondano il piedistallo della statua di George M. Cohan, il corpo dell’ultimo uomo sulla Terra si accasciò con un rantolo. Lo smartphone, ancora acceso, cadde sul piastrellato grigio basalto. Sullo schermo un tweet antico, risalente a quando era in vigore un limite di lunghezza che ha fatto storia.

«Obiettivo della vita: assistere all’estinzione del genere umano e riassumerla in 140 caratteri. #tweetestinzione»

Il contatore batté il suo ultimo colpo, accompagnato da un lungo peto che sapeva di morte.
0.

E.

(soundtrack: The City of Prague Philarmonic Orchestra – Adagio in D Minor (From “Sunshine”); Kyle Landry – Interstellar – First Step)

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