La bellezza dell'orchidea

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Lascio questo ultimo pensiero solo per me, aggrappandomi con dita tremanti agli ultimi residui di sanità mentale. Provo a immaginare l’aroma della mia miscela da pipa preferita, quel dolce aspro che da sempre accompagna i miei pensieri; una punta di latakia che affumica e arricchisce il tutto con i suoi sentori di spezie orientali. Mi distraggo dal puzzo di muffa che invade le narici e appiattisce ogni indizio.
Chiuso, al buio. Prigioniero. Ripenso a quanto successo, ricostruisco gli eventi. È difficile senza poter scrivere, soprattutto dopo quello che ho visto.

In genere la polizia non si scomoda per quanto succede in Elizabeth Street. Nelle metropoli in crescita capita che alcuni quartieri vengano estromessi dalla legge per il semplice fatto che la legge esiste già. Non una legge ufficiale, ma quella dei suoi abitanti. Non è nemmeno anarchia, ma un naturale evolversi del concetto di giustizia nel momento in cui l’autorità mostra il suo disinteresse.
Tanto fiorente nei giorni di mercato quanto malfamata non appena il mercoledì lasciava spazio al giorno seguente, Elizabeth Street era il ricettacolo perfetto per qualunque tipo di attività illecita. Tra gioco d’azzardo, furti e truffe di vario tipo, l’omicidio era l’unico crimine a non essere visto di buon occhio. Non ne mancavano, sia ben chiaro, ma l’equilibrio interno del quartiere si reggeva sulla millenaria legge della ritorsione; che è sì il cancro di un moderno Stato di diritto, ma anche salvezza per una società in cui il suddetto Stato è venuto meno: se tu fai qualcosa a me, la stessa cosa si abbatterà su di te e la tua famiglia. Un principio elementare che scoraggiava i più e puniva i peggiori tra i peggiori.
Per questo potrà sembrare strano che proprio io, giovane detective appena approdato nella sezione omicidi, fossi stato assegnato per un incarico a Elizabeth Street. Il caso riguardava nove bambine scomparse, tutte tra i dieci e i dodici anni. Sparite così, spazzate via dalle strade e tutte nello stesso giorno. Forse i superiori avevano pensato che dovessi farmi le ossa, o forse avevano voluto scaricare il malloppone al più basso in grado ritenendo che non meritasse chissà quale attenzione. Tuttavia, mentre percorrevo in carrozza le strade di Londra, mi sentivo eccitato: finalmente avrei potuto provare che non ero entrato in polizia solo grazie all’aura di protezione che ancora aleggiava sulla figura di mio nonno, uno dei più grandi picchiatori durante i disordini che avevano cercato di destituire la Corona così da dissolvere l’Impero; senza contare mio padre, il quale era riuscito a sgominare i facinorosi arrostendoli dentro la loro base operativa. Un albero genealogico importante nel quale non vedevo l’ora di trovare il mio posto.
Dopo un’ora di sbatacchiamenti vari, il cocchiere mi lasciò a qualche decina di metri dall’incrocio di Elizabeth Street. «La corsa finisce qua, giovane», e a nulla valse la mia insistenza. Fu chiaro: «Non rischio la mia carrozza per un Bobby qualsiasi».
«Nemmeno per un detective della sezione omicidi?» domandai, cercando di intimorirlo.
Lui si fece una grassa risata, poi spronò i cavalli e girò la carrozza in direzione del centro.
Meditando la mia futura vendetta, mi incamminai verso l’incrocio. Non so descrivere quello che provai, ma sono sicuro che chiunque abbia mai attraversato quell’incrocio si sia reso conto di come Londra subisse una trasformazione repentina. Le case degli operai, masse di mattoni cresciute una a ridosso dell’altra e invase dai fumi delle fabbriche, lasciavano il posto a una sorta di cittadina rurale immersa in una nebbiolina grigia che arrivava alle ginocchia. Le strade erano un’unica e perenne pozzanghera fonda qualche centimetro che nemmeno l’estate era in grado di prosciugare, i marciapiedi dei percorsi sconnessi che molto spesso obbligavano a scendere e rassegnarsi al fatto di bagnarsi i piedi. Gli edifici erano alti al massimo tre piani, la maggior parte in legno, i cui tetti spioventi sembravano piegarsi sulla strada creando una sorta di cortina che lasciava solo una scia visibile di cielo. Era sempre buio e freddo a Elizabeth Street, quindi non c’è da stupirsi se a ogni angolo sorgessero dei falò attorno ai quali si riunivano ladri e giocatori d’azzardo in attesa di compiere il prossimo colpo.
Nella mia solitudine, con gli sguardi di tutti addosso, mi infilai le mani in tasca, accarezzando la fida Webley. Sei proiettili non mi sarebbero bastati in caso di aggressione, ma almeno non me ne sarei andato da solo.
Nonostante le difficoltà iniziali dovute al mio ruolo, ben presto gli osti dei pub misero da parte il naturale sospetto che nutrivano nei confronti di uno sbirro, ma solo perché avevano capito che ero lì per occuparmi di un fatto straordinario e non per interferire con le attività abituali del quartiere. Nove bambine scomparse non sono poche, anche a Elizabeth Street. Avessero avuto qualche anno in più nessuno se ne sarebbe preoccupato più di tanto, ma le giovani di quell’età erano considerate intoccabili. Niente affari tra prostituzione e locali, si poteva solo imparare a lavorare a maglia o aiutare i propri genitori a commettere qualche furtarello qui e lì. Per tutto il resto, compreso il matrimonio, si dovevano aspettare almeno i quattordici anni, l’età in cui un essere umano passava dal rango di infante a quello di adulto.
Suonarono le cinque di pomeriggio e non avevo ancora ottenuto granché, quando realizzai che pochi metri più indietro la massa di costruzioni aveva lasciato spazio alle distese d’erba. Era la fine della città e il sole mi stava regalando i suoi ultimi raggi arancioni prima della sera. Il naso, finalmente libero dall’oppressione, incanalava nei polmoni aria fresca.

Non riesco ancora a spiegarmi come io sia finito al vecchio orfanotrofio Ræby Tho. Provo e riprovo a ricostruire il tragitto, ma qualche pezzo è svanito nella nebbia. Devo aver camminato, sì, senza una meta preso com’ero dallo sconforto, quando qualcosa deve aver attratto la mia attenzione nell’ora del tramonto.
Distante circa un chilometro dal limitare dell’area suburbana, il Ræby Tho era stato abbandonato il giorno stesso in cui Londra decise di non interessarsi più di Elizabeth Street. La legge aveva lasciato indietro anche i più piccoli, destinando l’edificio a un triste destino come luogo di rifugio per vagabondi e puttane. Questo per qualche anno almeno, finché persino la polizia non venne a sapere del suo acquisto da parte di un ricco uomo d’affari del nord. E sarei tornato indietro se solo non avessi notato le fiaccole che illuminavano il pesante portone d’ingresso, in contrasto con l’aspetto marcescente dell’intera facciata e le assi che coprivano ogni finestra. Forse non era disabitato, come mi avevano suggerito alla centrale. A vederlo così era il luogo perfetto per far sparire qualcuno.
Le ante del pesante cancello esterno, divelte dai cardini, giacevano semicoperte dal manto erboso. Nessun cartello che indicasse la nuova proprietà. Era come se il Ræby Tho fosse ancora terra di nessuno, eppure doveva esserci qualcuno all’interno, altrimenti perché illuminare l’ingresso?
Non feci in tempo a bussare, che subito le porte si aprirono rivelandomi uno spettacolo senza pari. Due camerieri in livrea, con un gesto del braccio, fecero scorrere il mio sguardo lungo l’enorme sala. Le pareti rivestite di velluto rosso, le ricche tende ricamate che proteggevano l’interno permettevano a due enormi lampadari di avvolgere il tutto in un’aura dai toni ocra. Sembrava un formicaio, un via vai senza fine di uomini ben vestiti e donne avviluppate in corpetti stretti al limite del respiro; i loro seni prosperosi e bagnati di una leggera brina erano una ricca promessa per gli avventori. Al centro della sala spiccava una fontana dentro la quale, accompagnate dalla maestria di un’orchestra da camera, danzavano un paio di ragazze dagli occhi di serpente, le lingue biforcute che si annodavano a ogni curva sinuosa del corpo, i denti pronti ad affondare nella carne rilasciando il veleno della lussuria. Lungo il cornicione che conduceva alle camere c’era chi attendeva il proprio turno e chi, preda della passione, si scambiava il primo bacio di una lunga notte. Chissà cosa avrebbero detto alla centrale, se solo fossi corso a riferire il tutto, ma penso che più di qualcuno avrebbe fatto orecchie da mercante. Impossibile aprire un posto del genere senza che la polizia venisse a saperlo. Anzi, probabilmente il tutto aveva luogo con il nostro tacito consenso, con la garanzia di un po’ di divertimento gratis per gli agenti più scafati.
Mentre avanzavo verso il lungo banco del bar, posto di dirimpetto all’ingresso, riconobbi la musica: era Sul Bel Danubio Blu di Strauss. Non avrei mai pensato che si sarebbe sposato così bene con una tale orgia dei sensi. Tutto sembrava muoversi a passo di valzer, le puttane che si facevano offrire da bere, i signorotti sudaticci dagli sguardi allupati, le monetine lanciate nella fontana, il ticchettio del registratore di cassa. Tutto era come avvolto in un’atmosfera fiabesca, ma racchiuso nel ritratto di una monarchia decadente. Era come se dentro il Ræby Tho il mondo circostante non esistesse più, nessuna classe sociale, nessuna differenza di alcun tipo. Era come se tutti potessero entrare e dimenticare loro stessi. Tutti i presenti erano lì solo per il sesso, tentacolare.
Giunto al banco, mi si parò davanti il più strano degli osti.
«Volete una camera?» mi chiese scostandosi i lunghi capelli bianchi dal volto incredibilmente giovane. La gobba gli schiacciava l’intero corpo, facendogli quasi carezzare il registro degli ospiti col naso.
«Sì, io, ecco…»
La gola secca. Deglutii solo aria.
«È la prima volta, vero?»
«Sì, cioè, no» cercai di ribattere, scostandomi un lembo della giacca quel tanto da lasciar intravedere il distintivo.
I suoi occhi si illuminarono. «Oh, la polizia. Benvenuto al Ræby Tho, dove tutti sono uguali dinanzi allo sguardo delle nostre signore.»
«Sì, ecco, se evitassimo di urlarlo.»
«Oh, non preoccupatevi. Qui nessuno farà il vostro nome, e come potete vedere nessuno si è curato di voi. Anche perché la bocca è meglio usarla per altro» e cacciò fuori la lingua, neanche fosse cane assetato che si avventa su una ciotola colma d’acqua. «Quanto volete fermarvi? Un’ora? Due?»
«No, veramente…»
«Tutta la notte?»
«Non sono qui per provare i piaceri della casa.»
«Allora cosa vi ha portato così fuori Londra?»
«Sto svolgendo un’indagine.» Scostai di nuovo un lembo dell’impermeabile, ma solo per sbattere sul banco il taccuino degli appunti.
«Oh,» fece lui, colpito dalla mia resistenza. Si allungò sul banco, il volto rivolto verso l’alto per riuscire a guardarmi negli occhi. «State per caso parlando delle nove bambine scomparse?»
Annuii dando una leccata alla punta della matita.
«Sapete qualcosa?»
«Qui, no di certo. Il Ræby Tho sarà quello che è, ai vostri occhi, ma non amiamo invischiarci negli affari loschi di Elizabeth Street.»
Mi scappò un sogghigno.
«Cosa c’è da ridere, credete che potete venire qui e accostarci a quella feccia là fuori?»
«Perché, siete diversi?»
«Guardatevi un po’ intorno,» annunciò con gesto plateale degno di un palcoscenico, «e ammirate la nostra clientela. Le nostre signore non sono certo merce da strada. Se a Elizabeth Street si promette qualche minuto di distrazione, qui offriamo sogni viventi. Basta pagare il giusto prezzo, e l’avventura di una notte si trasforma nella realizzazione di una vita. Le nostre non sono signore comuni. Sono dame in grado di tenere a bada anche lo spirito più irruente. Vedete tutte quelle code? Qui dentro non valgono nulla se noi decidiamo così. Qui siamo noi i padroni, e non c’è rango nobiliare che tenga.»
«Amate godere del potere del ricatto, quindi.»
«Precisamente,» ghignò con la sua voce nasale, «e non si può ricattare diventando ricattabili, non so se mi spiego.»
«Ho capito.»
«Ne sono lieto. E ora, fatemi il piacere di bere qualcosa alla salute del Ræby Tho,» e si voltò per prendere una bottiglia di gin dallo scaffale più basso.
«Non ancora,» lo interruppi. «Chi comanda qui?»
Lui si bloccò a metà strada, la mano ancora protesa in avanti.

Qui la memoria mi gioca ancora un brutto scherzo, un taglio, e come succede in un cinematografo mi trovo di colpo sulle scale. Davanti a me, l’oste mi faceva strada tra la masnada di clienti e puttane. Non so dire come feci a convincerlo, ma mi stava accompagnando nell’appartamento del direttore. Attraversato il lungo parapetto, e dopo aver imboccato il corridoio sulla sinistra, mi invitò a raggiungere la porta bianca in fondo.
«Il direttore vi raggiungerà non appena possibile. Entrate e mettetevi a vostro agio.» Detto questo mi lasciò.
Mentre avanzavo non potevo fare a meno di notare come la porta fosse in totale discontinuità con quanto avevo visto fin lì. Sembrava di essere di nuovo nel vecchio orfanotrofio, un corridoio lungo e buio alla fine del quale splendeva una porta candida che quasi si confondeva sulla superficie di una parete dello stesso colore. Per qualche istante mi sembrò di immaginare i bambini trascinati per quei tappeti, le braccia strattonate verso lo studio di una madre superiora repressa che sfogava le sue frustrazioni bacchettando ancora e ancora le natiche magre degli infanti colpevoli di qualche marachella.
Qualche giro di chiave ed entrai. Non era uno studio, bensì l’appartamento più spartano che avessi mai visto. La porta si richiuse delicatamente, lasciandomi a contemplare un letto, una sedia, un armadio a due ante e nulla di più. Tutto era immerso in una luce bianca, simile a quella del sole a mezzogiorno, ma che non poteva venire dall’esterno vista anche l’assenza totale di finestre. Sembrava quasi che ogni cosa splendesse di luce propria.
Cominciai a curiosare, quasi rapito da quello strano fenomeno luminoso. Aprii i cassetti del comodino, spalancai le ante dell’armadio, ma non trovai nulla, se non qualche monile che sembrava essere vecchio di qualche centinaio d’anni. Entrai nella sala da bagno. Qui troneggiava una lunga vasca in rame colma di acqua calda. Una leggera condensa ne copriva i bordi arrotondati, dando all’appannaggio il ritmo del respiro. A lato della vasca, sullo schienale di una sedia, erano stati posti degli asciugamani accuratamente piegati e pronti all’uso. Sulla parete opposta c’erano tre specchi disposti in modo tale da avvolgere chi li usava, tutti incastonati in una cornice ricca di arzigogoli dorati.
Avvertii lo scatto di una serratura, ma non feci in tempo a voltarmi che la nuca mi esplose in mille pezzi. Tutto diventò sfocato, poi nero, ma non appena riuscii a riacquistare la vista, gli occhi mi si sgranarono per il terrore: le pareti non erano più bianche, ma intrise di sporcizia accumulatasi negli anni. Nessun candore etereo, ma solo la luce di una torcia che disegnava orrende creature sul pavimento. E, sebbene ingannevole, tanto mi bastava per realizzare che la vasca non era colma di acqua limpida. Litri e litri di sangue fumavano in attesa di ricevere il proprio ospite, un mare sconosciuto e ricco di orrori.
Un altro colpo. Questa volta persi l’equilibrio e sbattei il viso sul pavimento polveroso, risucchiato dalle ombre che andavano via via espandendosi. L’ultima cosa che vidi, riflessa negli specchi crepati e incrostati, fu una scritta impressa col sangue nella calce scrostata. BÁTHORY.

Chiuso, al buio. Prigioniero. L’oscurità è tale che gli occhi non se ne sono ancora abituati. Sogno tabacco. Dalla stanza accanto un tappeto di orgasmo si fonde con le grida strazianti dell’ennesima vittima, overture di un omicidio. Riesco anche a sentire dei singhiozzi di bimba, malaugurata spettatrice della carneficina. Io sono il prossimo, penso, consolandomene. L’attesa è snervante. Nessuna catena, tanto non riuscirei a fuggire. Tanto vale sperare che finisca il più in fretta possibile. Quanto meno, alla centrale non sentiranno la mancanza di un detective che si è fatto infinocchiare al primo incarico.
La porta si spalanca, un muro di luce mi ferisce la vista. Sull’uscio, incatenata e crocefissa, una figura femminile avanza lenta levitando a pochi centimetri dal pavimento. La pelle candida e liscia imperlata di sudore, i seni nudi imbrattati di grumi vermigli, il folto pube ancora preda di un’umidità testimone del più alto dei piaceri. I suoi occhi ciechi mi scrutano in profondità, svelando i miei segreti a un’intelligenza antica di secoli. Le sue labbra morbide e sporgenti si aprono in un sorriso, la lingua è una salsiccia mefitica che passa i denti uno a uno.
«Készen állsz, barátom?»1
Un idioma antico, ancora pregno di pratiche sciamaniche che la croce non è riuscita a distruggere. Tuttavia, le parole mi appaiono cristalline.
«Sì, Contessa. Tutto quello che volete per la vostra giovinezza.»
Lei si stacca dalla croce e torreggia su di me, splendida e terribile. La sua risata di eterna bambina mi fa ribollire le vene in tutto il corpo. Una dopo l’altra queste esplodono in una fontana che investe la contessa con un orgasmo.
Nei miei ultimi istanti di vita ammiro la femmina perfetta. Il sangue dell’ennesimo vergine, la linfa che terrà in vita questa splendida orchidea ancora per un po’. Una bestia in grado di amarti fino all’ultimo respiro, tra bellezza e crudeltà.
Al Ræby Tho basta pagare il giusto prezzo, e l’avventura di una notte si trasforma nella realizzazione di una vita.

E.

1(trad. Ungh., «Sei pronto, mio caro?»)

(soundtrack: Cradle of Filth – Cruelty and the Beast)


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