Un buon Natale per John

Racconto di Natale

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.I.

Come nei migliori film di Natale, la mia storia inizia in una cittadina coperta di neve. Da quelle parti non si era mai vista una nevicata del genere. Le scuole avevano chiuso qualche giorno prima e in molti, tra gli adulti pendolari, avevano deciso di non andare al lavoro. Se ne stavano tutti a casa a prepararsi per le feste o a giocare per strada. I negozi, con le vetrine piene di luci colorate, avevano registrato incassi mai visti dato che tutti preferivano rimanere nei paraggi. Da ogni casa veniva un profumo inebriante di dolci alla cannella. Tutto era perfetto e tutti erano sereni. Sembrava quasi che il Natale avesse raggiunto quel grado di spiritualità che con gli anni era venuto meno in favore delle spese pazze.
Poco fuori dal centro, in zona residenziale, c’era la casa dei Doherty. Era la sera della Vigilia. I genitori di Michael avevano deciso di lasciarlo a casa mentre andavano in chiesa e, per farlo ancora più felice, gli avevano permesso di invitare i suoi amici Steph e Mark. Michael aveva solo sedici anni, come del resto i suoi amici, ma i genitori ritenevano che fosse grande abbastanza per poter decidere se partecipare o meno ai riti religiosi del Natale.
Fuori continuava a nevicare, ma sembrava che le attrazioni bambinesche legate al Natale non avessero effetto sui tre ragazzini. Se qualcuno avesse teso l’orecchio verso l’abitazione li avrebbe sentiti ridere a crepapelle sbeffeggiando i tempi in cui correvano fuori a giocare come dei matti o quando si addormentavano aspettando che Babbo Natale spuntasse dal camino per riempirli di doni. Michael, in particolare, era senz’altro il più bravo dei tre nel deridere le semplici ma meravigliose gioie infantili. Era ormai un paio d’ore che, atteggiandosi da adulto, non faceva altro che bestemmiare contro quelle poche volte in cui il padre era riuscito ad accompagnarlo a giocare a palle di neve. E i suoi amici non sembravano stufi di starlo a sentire, anzi gli davano sempre più corda.
Per il resto, la serata si era rivelata essere un fallimento. Passato il primo film, abbastanza interessante anche per dei sedicenni con manie di grandezza, il resto della programmazione televisiva era esclusivamente incentrata su cartoni animati. C’era il rischio che quella fantastica occasione per rimanere a casa da soli si trasformasse in un’esperienza da dimenticare.
Così dal nulla Michael ebbe un’idea che avrebbe risollevato le sorti della serata. Riunì a sé gli altri due e gli spiegò il da farsi. A Steph e Mark piaceva molto. Quello sarebbe stato un ottimo Natale, ne erano sicuri.

.II.

Se si fosse fatto l’elenco delle cose che John non avrebbe dovuto fare in quella vigilia di Natale, al primo posto si sarebbe letto «lavorare in pizzeria». Le cose non andavano molto bene in famiglia, quindi il pizzaiolo aveva deciso di provare a racimolare qualche soldo in più per le feste. Non era l’unico: all’appello erano presenti anche Rashid, il “kebabbaro” all’angolo, e Damian, lui aveva un negozio di dischi usati in fondo alla strada e sperava in qualche regalo dell’ultima ora.
La pizzeria di John non era mai andata malaccio, ma il recente aumento del costo della vita aveva spinto sempre meno persone a spendere i soldi in pizza. Gli ultimi mesi erano stati una moria, persino i clienti fidati si facevano vedere sempre più di rado; e il malumore di John non era d’aiuto: anche il cliente con più buona volontà si sentiva a disagio a parlare con un pizzaiolo che non faceva altro se non lamentarsi di quanto fosse dura la situazione, ma John non poteva farci nulla. Se le cose non fossero andate meglio nei due mesi seguenti, non sarebbe più stato in grado di pagare l’affitto. A quel punto le scelte erano due: tentare la fortuna altrove oppure chiudere e cercare un lavoro qualsiasi.
Erano ore che il telefono rimaneva muto, e John si era quasi convinto a tornare a casa per festeggiare insieme ai figli e alla moglie con quel poco che avevano. Stava per spegnere i forni, quando il telefono squillò. In un primo momento non ci fece caso, il pensiero fisso su quanto male stesse andando.
Il telefono continuò a squillare. L’udito scacciò la delusione e finalmente il pizzaiolo realizzò che forse non aveva buttato via la serata. Con un balzo raggiunse il telefono e portò la cornetta all’orecchio.
«Pizzeria “Da Geneviève”.»
«Ehm sì, buonasera» esordì una voce giovane. «Voi fate consegne a domicilio?»
John stentava a crederci. «Certo, che pizze vuole?»
«Sì, prima di tutto segni due aranciate e una coca.»
«Benissimo…» John annotò tutto sul blocchetto di fogli che teneva tra la cassa e il telefono. Avrebbe voluto ringraziare in anticipo quella voce. Un incasso, anche se misero, è sempre meglio di niente. «Due aranciate e una coca. Per le pizze? Avete scelto?»
Gli sembrò di udire una risatina soffocata.
«Ecco… Vorremmo due pizze alla merda e quattro coglioni di toro.»
Un’esplosione di risate.
CLICK!
Passò qualche minuto. Nelle orecchie il suono intermittente segnalava la fine della conversazione. Non riusciva a credere a quello che aveva appena sentito. La delusione, che pian piano ricominciava a prendere piede dentro di lui, era troppo grande. Possibile che quei ragazzini avessero preso di mira l’unico pizzaiolo che aveva deciso di lavorare anche in quella che doveva essere una sera di festa?
Riattaccò la cornetta pensando che non sarebbe finita lì. Non poteva lasciar correre quella burla. Non nella situazione in cui si trovava.

.III.

L’orologio appeso sopra il caminetto segnava le 23 e fuori nevicava ancora. Era passata quasi un’ora dalla chiamata alla pizzeria “Da Geneviève”, e i tre ragazzini ci stavano ancora ridendo. Chissà come stava rosicando quel buffone di pizzaiolo. Di certo non aveva tutte le rotelle a posto visto che lavorava anche durante la notte di Natale.
«Sei stato un grande, Michael» affermò Mark dando una pacca sulla spalla all’amico.
Steph attirò l’attenzione dei due, precipitandosi verso il telefono. «Ora voglio provare io!» urlò, con gli occhi lucidi dall’eccitazione. Gli altri due concordarono che non c’era niente di male e lo incoraggiarono a ripetere lo scherzo.
Steph compose il numero e rimase in attesa.
Beep! Beep! Beep!
Niente.
«Oh, questo non risponde, eh?!»
Beep! Beep! Beep!
«Niente, non abbocca più!»
Delusione profonda.
Steph stava per riporre la cornetta, quando il suono del campanello lo fece sussultare. Mark e Michael si voltarono fissando l’ingresso. Chi mai poteva essere a quell’ora? Era troppo presto perché i genitori tornassero dalla messa. Forse era uno di quei gruppi di bambini e genitori che faceva il giro del quartiere per raccogliere qualche offerte cantando e stonando le insopportabili nenie natalizie.
«Voi rimanete qui,» disse il padrone di casa con tono calmo, «li sistemo io.» Un obolo di bestemmie gli sembrava il modo migliore per continuare a essere il re della serata.
Arrivato alla porta, impugnò la maniglia di ottone. Intanto i due amici rimasero impalati all’ingresso del salotto, impazienti di vedere il loro amico all’opera. Michael fece un respiro profondo. Era il momento.
Appena aprì la porta, il ragazzo si piazzò davanti all’ingresso, in bella vista, e tutto quello che vide fu un flash bianco e marrone che lo costrinse a chiudere gli occhi per lasciare spazio a un buio dall’odore nauseante. Un urlo di sorpresa e cadde a terra.
Steph e Mark, corsi in aiuto dell’amico, rimasero senza parole. Sul torace di Michael giaceva una pizza rovesciata, dalla quale fuoriusciva un rigagnolo viscido e che puzzava come se qualche idiota avesse scoperchiato una fogna. Sulla soglia c’era un uomo, nero in volto, con indosso una giacca di pelle sopra un grembiule candido. Un cartone per pizza aperto sulla mano destra.
«Siete voi che avete ordinato due pizze alla merda?»
I due ragazzini non seppero cosa rispondere. Immobili, incapaci di credere a quello che avevano appena visto.
John non attese ulteriori conferme e sollevò il cartone: «Avete voluto la merda? Adesso mangiatevela!»
Steph si prese la pizza dritta in faccia, ma non cadde. Rimase lì, fermo come una statua, con la merda che gli colava dalle guance e dalla fronte. La pizza si afflosciò sul pavimento, macchiando il tappeto.
L’espressione di Mark mutò lentamente fino ad assumere le sembianze del terrore puro. Le gambe gli tremavano, non sapeva ancora per quale miracolo non lo avessero abbandonato.
John, però, ebbe pietà di lui. La furia lasciò spazio a un ghigno trionfante.
«Mi dispiace, tesoro, ma i coglioni di toro li abbiamo finiti qualche giorno fa. Per tutto il resto offre la casa.» Al che fece dietrofront e se ne tornò al furgone.
Sarebbe stato un felice Natale, anche se magro, ma la cosa che gli riempiva il cuore di gioia era che sarebbe stato indimenticabile per quei tre imbecilli.

Una decina di minuti più tardi John imboccò il vialetto di casa. Appena spense il motore vide i figli corrergli incontro. Scese dal furgone e li abbracciò uno a uno. Era tutto bellissimo. Le luci colorate che illuminavano la strada e producevano riflessi multicolore sulla neve, i fiocchi bianchi che non accennavano a smetterla con la loro lenta e imperterrita caduta, gli alberi addobbati con sfere di vetro rosso e nastri dorati. Ma la cosa più bella era senz’altro sua moglie Alfia che lo aspettava sulla porta di casa, le braccia incrociate.
John lasciò correre in casa i figli e la raggiunse, la abbracciò e la baciò con passione.
«Sai, cara, devo raccontarti subito di questa incredibile serata.»
«Allora vieni dentro,» lo invitò lei, «è pronta la cioccolata calda, e tra poco iniziamo a scartare i regali.»
Pochi secondi dopo la porta d’ingresso si chiuse, lasciando solo la neve a fare da contorno a quella che poteva essere una bellissima cartolina di Natale.

Quale sia la vera morale di questo racconto natalizio non si può certo dedurre dai mille detti prodotti da migliaia di anni di storia. Perciò levati dalla testa i vari «chi la fa l’aspetti», «prima o poi i conti si pagano tutti», «chi ha fatto il male faccia la penitenza», «non tutte le ciambelle riescono col buco» e tanti altri ancora. L’insegnamento più importante che si può ricavare da questa storia è che mai, e dico mai, si deve giocare qualche burla a un uomo costretto a lavorare anche la sera di Natale per mantenere la propria dignità.

E.

(soundtrack: Lacuna Coil – Naughty Christmas)

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