Il mio Whiplash

Una storia di insegnamento e comunicazione

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Un buon professore è come un vino. Non è che invecchiando migliora (bando alle metafore superate), ma è tutto un discorso di palato.

In prima battuta c’è il Tavernello. Il classico caso di chi insegna pur non sapendo fare; e spesso non sa neanche insegnare. Lo riconosci dallo sguardo più spento di una lampadina fulminata. Entra in aula con passo traballante, andatura insignificante di chi la mattina preferirebbe passarla sul divano a trastullarsi con vino cartonato e Mattino 5. Fatica a mettere in fila due parole senza incartarsi, figurarsi una frase di senso compiuto. È oggetto di scherno, a volte anche esagerato, ma meritato, a causa del quale non manca di manifestare tutta la sua frustrazione.

In secondo luogo c’è il vino da pasto. È l’insegnante che fa il suo lavoro senza tanti complimenti. Sta bene con pesce e carne. Ha un gusto basico. Nozionistico, ma non troppo. Non trasmette grande passione, ma è pur sempre l’accompagnamento di un’esperienza. Ottenere un buon voto vuol dire aver studiato, tutto qui.

Poi c’è Whiplash: una rarità. Una bottiglia che deve essere aperta con la dovuta calma, travasata in un decanter così da prendere ossigeno. Un vino da assaporare nel calice giusto al momento giusto. In una parola: passione.

Il mio Whiplash risale all’ultimo anno di triennale ed è continuato anche durante la laurea magistrale. Laboratorio di editoria applicata: uno dei pochi corsi con un buon connubio tra pratica e teoria.
Whiplash è entrato in aula con calma. Passo spavaldo, foulard al collo e giacca leggera. Due occhi penetranti, temperatura polare. Un ghigno stampato sul volto.
«Oh, ma quanti siete» ha esordito, facendo correre lo sguardo dalle postazioni Mac al pavimento gremito di gente dalle terga doloranti. «Vi assicuro che già dalla prossima lezione sarete la metà. Da metà corso in poi, invece, sarete in numero giusto da occupare le sole postazioni al computer [una trentina]». E aveva ragione.
Lezione dopo lezione, la scrematura era in atto. Una selezione continua fatta di esercitazioni, esempi e domande a bruciapelo sugli argomenti trattati precedentemente. Se sgarravi, eri fuori o comunque segnato su una sua agenda mentale.
L’esame finale era diviso in due parti: la prima, un’esercitazione pratica in cui le misure del progetto grafico dovevano essere desunte a partire da un ideale e intonso foglio di stampa, dalle sue possibili pieghe in fascicoli, dalle maggiorazioni per le pinze di una macchina da stampa e quelle per evitare sbavature nel taglio (sbagliate quelle, si andava a casa diretti); la seconda era un colloquio di gruppo in cui la domanda veniva scelta aprendo a caso il tomo di studio, per poi abbracciare le puntigliosità e gli argomenti addizionali trattati a lezione. Ogni errore era un punto in meno e, alla fine, si faceva la media aritmetica dei due voti.
Per quel che mi riguarda, ho ripetuto tre volte la prima parte dell’esame. Mi ero imposto la perfezione, non tanto per compiacere il professore, ma per me stesso. Non volevo essere come tanti altri miei compagni, i quali non si erano certo iscritti a editoria per imparare a piegare i fogli da stampa (parole loro). Lui lo capì, e la seconda parte andò liscia come l’olio.

È stata una delle poche volte in cui ho assistito alla vera passione. L’amore assoluto per la materia di insegnamento, nonché lavoro di una vita. E, non ultima, la voglia di trasmettere tutto ciò, testimoni anche i ricevimenti in cui si discuteva a proposito di qualsiasi argomento tra uno spritz e una sigaretta.

Perché ho parlato del mio Whiplash? Non lo so ancora per certo. Forse l’ho fatto perché credo che l’insegnamento sia una delle più alte e complicate forme di comunicazione, e in (quasi) trentatré anni sono stati tantissimi gli insegnanti capaci solo di farmi odiare la loro materia. Tuttavia, il loro male non era privo di scopo: sono serviti per rendermi chiaro cosa amare e cosa lasciare da parte. E, arrivato fin qui, voglio ringraziarli per essere riusciti, sebbene nella loro pochezza, a indirizzarmi nella strada che ho intrapreso.
Grazie anche per quei casi in cui adoravo il tema, ma la vostra schifosa inettitudine non è riuscita a toccarmi più di tanto. Ora ritiratevi, così da smetterla di fare danni.

E.

p.s. A dire la verità, ho avuto la fortuna di incontrare molti altri Whiplash nella mia carriera scolastica. Penso alla professoressa di storia delle medie, alle docenti di letteratura e lingua inglese delle superiori, ai professori e professoresse di Filologia germanica, Storia del libro, Cinema e fotogiornalismo, Teoria e tecniche della comunicazione, Filosofia politica e Storia delle dottrine politiche e, infine, alla mia relatrice della triennale. A tutti voi, i miei complimenti. Grazie di tutto.

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