Anna

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Quando il giudice ha emesso la sentenza, non ho esultato. Non che la cosa non mi facesse piacere, sia chiaro, è solo che provavo una strana pace interiore. Da quel momento in poi, anche per la legge, sarei stata solo Anna, nonostante io mi senta Anna da così tanto tempo che non ricordo nemmeno il momento esatto in cui, guardandomi allo specchio, mi sono sentita prigioniera di fattezze non mie.
Posso finalmente dirlo: sono una donna con il cazzo, e non più un uomo con le tette. La questione, a quanto pare, è ancora tutta incentrata sul fatto di avere il cazzo o meno, un po’ come la curiosità delle persone. Ti avvicinano, ti offrono da bere, sembrano interessati, e appena metto le cose in chiaro la questione svolta. Se prima erano solo dei maschi arrapati, ora i loro volti diventano impassibili, anche se gli occhi non riescono a nascondere il disgusto. Non certo il naturale ripudio verso ciò che non incontra il gusto personale, ma uno schifo più profondo. In quel momento la sorpresa li colpisce neanche stessi provando da tutta la sera a ficcarglielo nel culo con forza, come se non fossero stati loro a provarci con me fino a poco prima. Alcuni salutano, altri no, e addio.
Poi ci sono quelli che mi avvicinano solo perché sanno che ho il cazzo. Poverini, non nego che alcuni possono anche solo essere curiosi, ma perché il mio cazzo deve essere l’unico motivo che ti spinge a interessarti a me? Che poi, chiamalo interesse… Una volta ho anche accettato di provarci, e mai scelta è stata più sbagliata. Mi è bastato vederlo ai miei piedi, a quattro zampe e che mi implorava di scoparlo, per capire di essere solo l’ennesima perversione. Non ero neanche una semplice scopata, no, ero solo un simulacro contenente tutte le sue manie segrete, un mero oggetto proibito da tenere nascosto e da scoperchiare a piacere. Non riuscii ad andare oltre. Corsi in bagno a vomitare e quando tornai in camera vidi che lo stronzo aveva avuto il buon gusto di andarsene. Meglio così, il solo vederlo mi avrebbe sconquassato lo stomaco ancora e ancora.
È questo che sono, solo una puttana?

L’unico davvero in grado di rispettarmi era il padrone del bar sotto casa. Una sera attaccò bottone e da allora diventammo amici. Una sera, gli avevo da poco confessato la mia storia, se ne uscì fuori con una proposta: se mi fossi presentata lì ogni sera, avrei potuto bere gratis. Aveva notato, infatti, che attiravo molti clienti al banco.
«Tu fai così,» mi disse, «te ne stai qui ferma e rifiuti le loro offerte, e in cambio ti assicuro che potrai bere tutti i mojito che vuoi.»
È difficile descrivere il disgusto che provai in quel preciso istante, ma ancora di più trovare una spiegazione al perché io sia tornata al bar il giorno dopo. Lui conosceva la mia storia, eppure mi aveva chiesto di fargli da puttana. Una prostituzione de facto, a voler essere precisi. Tuttavia, la sua proposta mi incuriosiva. Se da un lato era un modo per assicurare più introiti al bar, dall’altro era un’occasione di riscatto: una terapia d’urto tramite la quale acquisire il mio posto in un mondo troppo abituato a schiacciare il più debole. Per una volta avrei avuto io il potere, senza dovermi vergognare di essere Anna. Sarei stata oggetto di desiderio, una puttana intoccabile.
Due anni dopo ero ancora lì. Finito il lavoro non salivo nemmeno più in casa per darmi una sciacquata. Ogni sera c’era qualcuno a cui dire «No!» e la sete di mojito sempre viva. Il dolce della menta può essere irresistibile. Ma ormai è inutile ripensare a quel passato, dato che è finito come è cominciato.
Cambiai idea grazie a un ragazzo. Carino, sulla trentina, diverso da tutti gli altri. Era nuovo del posto e di sicuro non conosceva Anna, non come tutti gli altri. Ci provò con me per qualche sera, finché non tornò più. Fu il primo a cui i miei «No!» fecero effetto. Semplicemente, si stancò; e mi stancai anch’io, tanto che il barista e il suo covo di aspiranti amanti sono ben lontani da me.

Qui non mi conosce nessuno, almeno per il momento. Con la casa piena di scatoloni e i genitori lontani, ho deciso di festeggiare la decisione del giudice con una pizza da asporto. Persino ora, mentre vedo la mia capricciosa sfrigolare nel forno, mi sento finalmente libera. Niente false gentilezze intrise in un fondo di derisione misto a imbarazzo, niente mormorii a fare da sottofondo, niente risatine bloccate a mezz’aria, ma sono un naturale distacco nei confronti di una sconosciuta.
Il barista aveva ragione su una cosa: la sua proposta mi ha aiutata a trovare il mio posto in un mondo perfido nelle fondamenta.
Ora, anche per la legge, io sono Anna. Una donna col cazzo, ancora per poco.

E.

(soundtrack: Edith Piaf – Padam padam)

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