EMANUELE SECCO

Copywriter, food writer, social media manager, scrittore freelance

Lo dice la scienza: i turisti italiani si dividono in cinque tipi

È vero: siamo i portatori di una cultura culinaria senza molti pari, ma questo non ci autorizza a essere cafoni

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Un gruppo di turisti italiani ai Caraibi ricorda quanto è buona la Genovese di Nonna Rosa

Prova a farci caso: l’unica costante di ogni tuo viaggio all’estero è l’incontro con un gruppo di turisti italiani. Che tu sia a Times Square (che è a New York, mi raccomando), a Piccadilly Circus, sperduto sugli altopiani centrali dell’Islanda o a Singapore, non potrai fare a meno di sorridere quando ascolterai un timido «Xe bea ‘sta piasseta, ciò!» o uno sguaiato «Uè, Peppinie’! Forza Napoli sempre!».

Per quanto vorresti mimetizzarti nella vita locale, il branco tricolore ti ricorderà sempre da dove vieni, con quel pizzico di cagnara e tarantella che ci caratterizza da Nord a Sud, e forse è anche bello così. Tuttavia, non si può dire lo stesso quando arriva l’ora dei pasti.

Quando lo stomaco chiama, la masnada risponde. Non c’è monumento, visita guidata o panorama che tenga, perché l’ora di mettere le gambe sotto un tavolo è sacra anche nell’isola più sperduta del Pacifico. Ecco, allora, che si manifestano delle personalità diverse in base alle abitudini quotidiane di ognuno, usi che non ci permetteremmo mai di cambiare nemmeno in cima all’Everest; ed è a questo punto che il gruppo tricolore si divide in più direzioni.

Nei prossimi paragrafi ti mostrerò cinque tipologie di turista italiano, un elenco utile per:

  • riconoscere questi animali fantastici e come evitarli, quando serve;
  • sfatare il classico “gli italiani sì che sanno mangiare”;
  • prendere coscienza di sé e imparare a migliorarsi.

Cominciamo subito.

1. Il Little Big Italy

punteggio turismo: zero spaccato

Che lo vogliano o no, Francesco Panella e il suo programma TV Little Big Italy danno voce alla categoria più stereotipica del turista italiano: quello che pretende di mangiare le tagliatelle al sugo di zia Erminia in ogni angolo del mondo; e occhio, che devono essere cotte alla perfezione, col giusto quantitativo di sugo, con soli ingredienti italiani e nemmeno un goccio di panna.

Il Little Big Italy non conosce una parola in lingua locale (men che meno in inglese) e si rende odioso con il personale di servizio che tenta di capire le sue pretese. Non concepisce che l’italiano non è la lingua più parlata al mondo, e men che meno nei ristoranti che si definiscono tali.

Quando si sposta all’estero, la sua ricerca Google più frequente è “ristorante italiano a [scegliere città]”, e di solito puoi trovarne un branco al Nonna Rosa di turno con le gambe ben salde sotto a una tovaglia a scacchi bianchi e rossi, mentre canta O’ Sole Mio tra un bicchiere e l’altro di vino che sa di tappo.

Ma quant’è bella l’Italia…

2. Il Fast-food addicted

punteggio turismo: 1 per l’incoraggiamento

Spesso molto giovane e con pochi soldi. Gli piace girare per il globo ma trova conforto nelle insegne luminose che già conosce, di solito una grande M gialla o una scritta rossa circondata da due bun stilizzati e una striscia color blu.

La sua mente è così ottenebrata dal cibo spazzatura che in ogni angolo del mondo potrai trovarlo in un fast-food, incapace com’è di rinunciare alla sicurezza donatagli da una fetta di carne-cartone insaporita con chissà quale aroma artificiale.

Ci sono margini di miglioramento, ma in genere il disastro è bello che compiuto: quando si inizia con questa abitudine da giovani, è difficile rinsavire a meno che non ci sia qualcuno che sappia indirizzare la fame in lidi più sani e gustosi.

3. L’ingenuo curioso

Punteggio turismo: 2 meno meno

È curioso e vuole viaggiare ma non si è preparato, e spesso non ha idea di come funzioni il mondo. Incapace com’è di scegliere in autonomia, si fa tirare dentro i locali per poi trovarsi intrappolato in turistate architettate ad arte per spennarlo.

Assaggia il cibo locale ma solo per affermare che la cucina italiana è superiore. È un Little Big Italy con una marcia in più. Dispiace: curioso ma non si applica.

4. Il cosmopolita troppo cosmopolita

Punteggio turismo: meh!

È quello che si spara almeno due viaggi all’anno, non ha preconcetti di sorta, e quando è all’estero assaggia di tutto tranne la cucina locale.

Ripudia e sfotte i Little Big Italy e i Fast-food addicted, si vanta di non aver mai mangiato italiano all’estero, poi però lo trovi a rimpinzarsi di sushi in un all-you-can-eat oppure in un ristorante thai o con in mano un hot dog a qualsiasi ora del giorno.

Spesso si porta a casa la maglietta dell’Hard Rock cafè locale perché fa viaggio.

5. Il turista viaggiatore

Punteggio: diesci!

Prima di partire ha fatto i compiti a casa. Non sempre passa ore e ore a spulciare i risultati di Google, ma quanto meno ha letto qualcosa sulla cucina tradizionale, sui piatti più famosi, sui sapori e sulle contaminazioni più recenti; e magari si è annotato il nome di qualche locale.

Occhio quando è ora di mangiare, perché è disposto a camminare per un’ora al freddo e al gelo solo per assaggiare una zuppa di pesce che si trova in un buco in periferia e in cui non si parla una parola d’inglese.

Quando è ora di tornare a casa, in aeroporto lo riconosci al volo perché, pur di riempirsi il bagaglio a mano di qualche spezia o leccornia, sotto la giacca indossa due felpe, la camicia per la cena raffinata, quattro magliette e tiene le scarpe slacciate per farci stare più paia di calzini possibile.

È un cosmopolita che ci crede fino in fondo, e forse è l’unico modo per vivere appieno un viaggio anche in senso gastronomico.

sulla cafonaggine e come combatterla

Ma quindi, oltre che a ridere un po’, a cosa serve avere chiare le caratteristiche dei cinque principali gruppi di turisti italiani? Senz’altro a riflettere su come ci comportiamo quando visitiamo un altro Paese.

Il nostro problema più grande, oltre che una generale maleducazione nei confronti del personale di servizio (vizio riscontrabile anche in patria), è proprio la convinzione che la nostra cucina non abbia eguali; che sotto molti aspetti è un dato di fatto, ma che ci ha assuefatti a tal punto che non siamo capaci di uscire dal seminato.

Durante i miei viaggi ne ho viste di tutti i colori. Ho visto una maleducazione senza molti pari nei confronti dei camerieri, ho visto la mancanza di sforzo nel venire incontro all’interlocutore in un’altra lingua e, soprattutto, ho visto l’indisposizione verso il cibo diverso senza nemmeno degnarlo di un assaggio. Questo non è turismo, o almeno non è quello che io intendo per turismo.

Viaggiare non significa limitarsi ai monumenti, ai luoghi che vediamo su Instagram o a due parole in inglese. Per come la vedo io, essere un turista vuol dire immergersi nella cultura locale, provare a capirla e, soprattutto, assaggiare. Dalla cultura culinaria di un Paese si può capirne la storia e gli intrecci avvenuti nel corso dei secoli, perché un piatto è come un quadro, una scultura, un’opera di architettura: il suo sapore e i suoi ingredienti sono testimoni incancellabili della Storia.

Sii curioso e assaggia, ché male non fa. Se mostrerai di apprezzare o comunque di provarci, anche i padroni di casa ti accoglieranno in maniera più calorosa. Perché la cucina è e sarà sempre il punto massimo e più lieto di incontro tra i popoli. Quindi, non sprecare queste occasioni solo perché per qualche giorno non puoi mangiare la tua dannata pasta al pomodoro. Non confondere l’amore per le tue tradizioni con l’arroganza derivante da un malriposto senso di superiorità e, quanto meno, se proprio vuoi sentirti superiore allontanati dal tavolaccio del tuo fast-food preferito. È molto meglio buttarsi su una scodella fumante di zuppa del giorno, del pane appena sfornato e un bicchiere d’acqua. Fidati.

Emanuele

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