Jesse

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Jesse sapeva che l’erba alta era un problema. D’estate, soprattutto, quando l’afa faceva ristagnare l’olezzo acre emanato dai veleni sparsi nei campi così che tutte le finestre della casa dovessero essere chiuse per evitare di finire soffocati. Per non parlare dei nugoli di insetti mossi non appena cominciava la mietitura, così densi e fluidi nei movimenti da somigliare a uno stormo di rondini che si riunisce per la migrazione invernale.
«Guai a te se te ne vai nell’erba alta», gli ripeteva sempre il padre. «Chi ti trova più se ti perdi?»
Allora Jesse se ne stava seduto su una sedia, il piccolo naso tutt’uno con la finestra, a rimirare la distesa verde che si apriva davanti ai suoi occhi, sconfinata che nemmeno l’orizzonte era in grado di svelarne la fine. E sì che doveva essere bello perdersi in quella massa verde, godersi la pioggia emessa dagli irrigatori, giocare a nascondino con i suoi amici immaginari, correre alla scoperta delle misteriose creature che si nascondevano tra i lunghi gambi di mais in maturazione. Non è facile rimanere chiuso dentro casa per chi cresce in campagna ed è abituato alla vita all’aria aperta, figuriamoci avere uno spazio recluso.

Una mattina come tante, il padre indossò la tuta da lavoro. Era arrivata l’ora dell’ultima abbeverata, poi sarebbero cominciate mietitura e trebbiatura. Perso nella sua lista mentale di cose da fare, uscì dimenticandosi di tirare bene la maniglia.

Jesse si svegliò, stiracchiandosi ben bene. Scese le scale a balzi, attento a non inciampare, e si diresse verso il bagno. Arrivato all’altezza della stanza di servizio, un guardaroba pregno dell’odore di scarpe e tute da lavoro, uno spiraglio di luce gli colpì gli occhi. La porta era aperta. Dalla fessura sentiva filtrare il profumo dell’erba appena tagliata, di ciottoli e polvere lasciati arroventare al sole. Il frinire assordante delle cicale gli accarezzò i padiglioni uditivi, un richiamo così ipnotico da fargli dimenticare la vescica urlante e bisognosa di essere svuotata. L’erba alta lo stava chiamando. Ma sì, una breve esplorazione e poi sarebbe tornato, papà non se ne sarebbe mai accorto. Magari gli aveva lasciato la porta aperta apposta, dato che non era in grado di arrivare alla maniglia.

Dietro di lui l’enormità della casa di campagna, davanti l’infinito verde. Jesse correva tra i gambi di mais, bene attento a non piegarli. Finalmente era felice, libero. Le ore passavano, ma là sotto, immerso nell’ombra mossa dal vento, il tempo sembrava essersi fermato. E correva, correva, membra e polmoni insensibili alla fatica. Inseguiva prede immaginarie, come fosse un cacciatore immerso nella più fitta delle foreste. Ogni tanto uno spruzzo d’acqua lavava via il sudore, breve ma intenso sollievo nella foga del gioco.
All’improvviso giunse nei pressi di un masso, basso ma largo abbastanza per creare una piccola radura tra le piante. Ci salì sopra, sperando di poter vedere la casa, ma alzando gli occhi vide solo il cielo, un piccolo cerchio racchiuso dall’ombra della vegetazione nel quale l’azzurro irrompeva incontrastato. Neanche una nuvola, il sole già impegnato nella sua discesa verso ovest, il respiro bloccato, i sensi liberi da ogni costrizione, Jesse si lasciò immergere in uno spazio fuori da ogni concezione. L’odore di terra bagnata, il ronzio prodotto dagli insetti, tutto era pace. Era in armonia con quanto lo circondava. Perché il padre gli aveva negato tutto ciò?
Passò ancora un’ora, e Jesse non si era ancora mosso. Sdraiato sulla roccia, fantasticava sul futuro, sul fatto che non avrebbe più accettato alcun tipo di impedimento. La sua vera natura era la libertà, e ora lo sapeva.

«Jesse! Jesse!»
Quando il buio avvolse i campi e le luci si accesero in casa, Jesse non era ancora tornato. Nonostante la fame lo attanagliasse, il padre non mangiò nulla. Passò in rassegna il capanno degli attrezzi, il granaio, la stalla, illuminando ogni angolo con la torcia elettrica, ma non lo trovò. Rimaneva un solo posto: l’erba alta. Eppure si era raccomandato cento e più volte. «Guai a te se vai nell’erba alta», gli ripeteva sempre, ma si sa come sono fatti i piccoli, inconsapevoli dei pericoli che corrono ogni giorno.
Accese il grande faro, punto cardinale per ritrovare la strada di casa, e lo puntò sul campo. Lui e la moglie si immersero tra i gambi di mais, chiamando il suo nome a gran voce. I figli, dalla finestra della loro camera, scrutavano col binocolo la sommità delle piante nella speranza di intravedere anche solo il minimo movimento o indizio che potesse rivelare la posizione del piccolo Jesse. Tuttavia, dopo un paio d’ore di ricerche infruttuose, tutti rinunciarono. Non sarebbe stato saggio spingersi oltre il raggio d’azione del grande faro. Il campo, col favore del buio, era un’immensa bocca pronta a ingurgitare chiunque fosse stato così sprovveduto da sottovalutarne il potere.
Le ricerche ripresero la mattina dopo, ma senza risultati, e così per un’altra settimana ancora. Ogni sera il padre si sedeva fuori dalla porta di servizio, il faro sempre puntato sul campo, una buona scorta di tabacco a fargli compagnia, e aspettava. Jesse sarebbe tornato, se lo sentiva, e nel momento in cui l’avesse visto comparire tra i gambi di mais gli sarebbe corso incontro per abbracciarlo. Niente inutili punizioni, lo spavento preso era bastato. Ma tra un dormiveglia e l’altro, Jesse non riapparve.

Lo ritrovarono due settimane dopo, durante la mietitura. I gambi spezzati rivelarono un masso basso ma largo abbastanza per creare una piccola radura tra le piante. Sopra di esso, il corpo di Jesse se ne stava steso senza vita. Il pelo una volta lucido e morbido era ispido, arruffato dall’incuria. La coda, un tempo sempre pronta a irrigidirsi per una carezza, ora ricadeva dal bordo della roccia. Gli occhi felini ancora aperti in direzione del cielo.
Lo seppellirono dietro il granaio, cospargendo prima il corpo con della calce viva così da evitare che qualche randagio andasse a fare scempio delle sue spoglie. Una volta finito, rimase un bastone con affisso un cartello: Jesse.
«Guai a te se te ne vai nell’erba alta», gli ripeteva sempre il padre. «Chi ti trova più se ti perdi?»
Tuttavia, Jesse non si era perso, aveva solo ritrovato la sua libertà.

E.

(soundtrack: Anaphase – Accordia)


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