Diario in quarantena – settimana 12

_giorno 78_

Solo oggi ho scoperto che ieri era il #WorldDraculaDay. Trattandosi di uno dei miei libri immancabili (qualcosa come 20 riletture, tra italiano e inglese), ho deciso di pubblicare una breve curiosità storica riguardante il conte vampiro.
Precisazione: il brano è tratto dalla mia tesi triennale, dalla sezione in cui cercavo di districare l’oscura origine dei Székely (minoranza etnica in Romania) e del loro alfabeto rovás (“runico”).

«Gli Székely stessi credono, o credevano, di discendere dagli Unni e che i propri antenati fossero già presenti nel bacino Carpatico prima degli Ungari.
Il mondo letterario, con la sua abitudine ad attingere a piene mani dalla tradizione popolare, ci fornisce un’ulteriore fonte, indirizzando il nostro interesse sul celebre romanzo Dracula di Bram Stoker. Il conte vampiro, al momento di decantare le proprie origini, pronuncia le seguenti parole: “Noi Székely abbiamo il diritto di essere orgogliosi, perché nelle nostre vene scorre il sangue di molte razze valorose che hanno combattuto, come leoni, per la signoria”. E la conferma di quanto detto in precedenza viene dalle righe successive: “Quale demone, quale strega può essere più grande di Attila, il cui scorre in queste mie vene?”. Ma la figura del conte, se basata sul voivòda Vlad III di Valàcchia (secondo la tradizione letterario-cinematografica), non sarebbe un siculo di Transilvania, ma un valàcco.»

[Emanuele Secco, Il messaggio cristiano in scrittura pagana, analisi di reperti székely e anglosassoni, 2014, pp. 19-20]

• voivòda [voce di origine slava, der. di ‘vodit” «guidare»: cfr. cèco ‘vojvoda’, russo ‘voevoda’, pol. ‘wojewoda’, ant. slavo ‘vojevoda’]. – Nome dato sin dal medioevo nell’Europa centro-orientale, dalla Polonia ai Balcani, ai capi o governatori di determinati territori.
• valàcco [ant. slavo ‘Vlachu’, a sua volta dall’ant. ted. ‘Valh’, nome dei gruppi etnico-linguistici di tradizione prima gallica e poi latina della zona danubiana]. – Della Valàcchia, regione storica compresa tra i Carpazi e il Danubio, che costituisce la zona meridionale della Romania.

_giorno 79_

«I’m a teacher,
Preacher,
Liar,
I am anything, everything.»

(Ozzy Osbourne, “Le It Die”)

Il Duende è una presenza fissa sulla scrivania. Da anni a fianco del computer, col suo sguardo penetrante accompagna la scrittura. Ascolta le mie idee, le esalta, le boccia.
A volte sembra quasi animato da una scintilla, tanto da farsi una passeggiata fino alla tastiera. Arrivato sul bordo, ci si appoggia e mi fissa. La pipa consumata dagli anni si muove seguendo il ritmo dettato dalle labbra: «Batti più forte, santo dio! Voglio vedere i tasti coperti di sangue.»

• Duende – La parola può essere intesa come ‘folletto’ (o analoga fingura nella mitologia spagnola) oppure come concetto legato al flamenco in senso di emozione e autenticità. Federico García Lorca scrisse che «Il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare», come dire che il duende è insito in tutti noi, ma sta a noi liberarlo e lottare affinché la sua voce si senta.

_giorno 80-81_

«Anch’io…»

Fantasmi del passato emergono nell’umidità padana.

_giorno 82-83_

BLUE

Il vecchio percorse il pontile. Arrivato alla fine, aprì la sedia pieghevole e ci si sistemò sopra. Dietro di lui, un sentiero che gli era costato sudore. Davanti, un paesaggio familiare ma mai così nuovo.
Un passerotto si posò sulla punta di un masso che spuntava dall’acqua. I cigni nuotavano accompagnando la prole.
«Ah, cari, che belli che siete.»
Gli animali gli si avvicinarono con una sicurezza frutto di una pace vecchia qualche mese, ignorando lo straniero e portando avanti le proprie abitudini. C’era posto per tutti, in pace.

E.


Le altre parti del Diario in quarantena le trovi qui.

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