Diario in quarantena – settimana 11

_giorno 71-72

La naturalità della bestemmia come esigenza narrativa.
Il caso John Fante

«Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.»

(p. 5)

La miseria, quella senza scampo. Questo è “Aspetta primavera Bandini”. Un libro che sa di povertà, di disperazione. Ogni pagina profuma di sudore acido, versato dalla schiena piegata dal peso della fatica e delle preoccupazioni quotidiane che una famiglia di immigrati italiani subisce a un passo dalla Grande Depressione americana.
Parola dopo parola trovano luogo l’invidia per la ricchezza, il disprezzo per le proprie origini, il sogno di un futuro migliore, l’emarginazione etnica autoinflitta.

«Dio cane, Dio cane. Così diceva Svevo Bandini rivolto alla neve. Perché quella sera Svevo aveva perso dieci dollari a poker all’Imperial Poolhall? Era così povero, con tre figli a carico, e non aveva neppure pagato la pasta, per non parlare della casa che ospitava figli e pasta. Dio è un cane.»

(p. 6)

Non soprende, quindi, che un contesto simile porti alla bestemmia, imprecazione che dona verosimiglianza a quanto scritto. Un piccolo simulacro grazie al quale il lettore, tra una bracciata e l’altra, si perde nel mare della miseria umana, provando la vera pietà.
Caro Lettore, sei di fronte al caso in cui la bestemmia, dedicata com’è alla funzione narrativa, insieme perde e acquista significato. Lo perde in quando mero mezzo descrittivo, ma ne acquista in termini di sensazioni. Perché non c’è niente di meglio quando si dona veridicità massima alla propria scrittura.
Una lezione niente male. Grazie, John.

(John Fante, Aspetta primavera, Bandini, Einaudi editore, Torino, 2005)

_giorno 73_

Valeggio sul Mincio, Peni Rupestri, A.D. 2020, 1
Valeggio sul Mincio, Peni Rupestri, A.D. 2020, 2

«Ehi, cosa facciamo oggi?»
«Non lo so. Avrei voglia di dare sfogo alla mia creatività.»
«Bella, bro’!»
«Sì, c’è, perché ne ho di cose da dire…»
«Ma, allora, cosa stiamo aspettando?»
«La giusta ispirazione, bro’. Io non sono uno di quelli che produce pur di produrre. Ho bisogno dell’idea giusta. C’è, come posso dire, ho bisogno di quella fiammella che ti illumina le tenebre.»
«Che storia…»
«Già…»
«E non hai mai provato a forzare la cosa?»
«No, c’è, sarebbe troppo inutile. Se l’ispirazione non c’è, non c’è. Inutile forzarla.»
«E c’hai ragione, bro’.»
«…»
«…»
«…»
«Ci sono! Cazzi sul muro!»
«C’è, bro’, tu sì che sei un’artista….»

Ognuno produce l’arte che si merita. Se sei una testa di cazzo, produrrai opere del cazzo (o di cazzi, in questo caso). Però sono anche interessanti, a loro modo. Non credi?

_giorno 74-75_

Ehi, tu, apriresti la finestra?
Vorrei vedere il sole.

_giorno 76_

Caldo.
Sudore.
Puzza.
Fumo.
Sete.
MUSICA.

(Dio, che voglia…)

_giorno 77_

Passate 11 settimane, il pensiero si focalizza in un unico punto. Una lente. Trova l’intruso, isolalo, scrivilo.

E.


Le altre parti del Diario in quarantena le trovi qui.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.