Diario in quarantena – settimana 10

_giorno 64-65_

«Blue you sit so pretty west of the one
Sparkle light with yellow icing just a mirror for the sun
Just a mirror for the sun…»

(Red Hot Chili Peppers – Road Trippin’)

Se non si fosse capito, questa è la canzone della settimana.

_giorno 66_

A++

«Ehi, ma l’ha detto quando ci berrà?»
«Oh! Scusa, stavo riposando.»
«Sì, ok, ma la domanda rimane.»
«’Spetta che controllo l’integrità del tappo… Ok, ci sono.»
«…»
«Quando ci berrà, dicevi. Boh, io sono appena arrivato.»
«Anch’io. C’è nessuno che è qui da un po’?»
«Io, io.»
«Dove sei?»
«Qui! Dietro a tutte le altre!»
«Ah, eccoti. Allora, si sa niente?»
«Difficile dire quando, ma se scappa la serata giusta è capace di farci fuori in un lampo.»
«Capito. Be’, io non vedo l’ora.»
«Che giorno è oggi?»
«Non lo so. Ho perso il conto del tempo.»
«Lo so io: è venerdì.»
«Ah, bene. Il giorno della pizza, quindi è probabile che ci prenderà stasera.»
«Mah, non ne sarei tanto sicuro. Di solito beve prima le straniere.»
«Dici? Ma siamo così tante…»
«Ragiona: le straniere costano di più, quindi ne accumula meno, e proprio per questo le preferisce a noi. Le “birrette”, così ci chiama. Dovresti sentirlo come adula le altre.»
«Maledetto traditore.»
«Mah, io non la metterei così. Se ci compra, ci sarà pure un motivo. Se in questa settimana ho imparato qualcosa, è che lui ci tiene per i momenti più comuni, sì, ma sono anche quelli che gli danno più soddisfazione. Per esempio: passa tutta la mattina a fare le pulizie, spolvera i mobili, spazza i pavimenti, passa lo straccio. Quando si ferma, però, non festeggia l’ottimo lavoro svolto con una straniera, ma con noi. Lo ristoriamo nel momento in cui ne ha più bisogno, attimi che tanto comuni non sono.»
«Mmm, forse hai ragione.»
«Certo che ho ragione, io ce l’ho sempre.»
«Fermi tutti! Eccolo!»
«Prendi me! Prendi me!»
«…»
«E ti pareva, ha preso due straniere e quella vecchia di una settimana.»
«Va be’, alla fine non è che possiamo imporci.»
«No, certo. Dico solo che un po’ di considerazione in più non farebbe male.»
«Ma non hai sentito quello che ha detto il vecchio?»
«Sì, però rimane il fatto che noi siamo qui, mentre le straniere sono in un frigo di classe A++. E guarda le etichette, quanta cura nella grafica. E noi qui a prendere caldo…»
«Va be’, non capisci proprio un cazzo di niente.»

(soundtrack: KALEO – Vor í Vaglaskógi)

_giorno 67-68_

Ieri sera mi sono perso la Diretta delle dirette, il Dpcm dell’Infinito, la Magna Charta Libertatum.
Se ho capito bene, quindi, a partire da domani (e poi in vari scaglioni) sarà possibile:
– vedere gli amici;
– girare all’interno della propria Regione senza autocertificazione;
– andare dal barbiere/parrucchiere, dall’estetista, nei negozi, nei bar, nei ristoranti ecc.;
– andare al mare e in montagna.

Un nuovo spiraglio verso la ripresa della vita com’era prima della quarantena, ma sempre con le dovute precauzioni.
Era anche ora, lo ammetto, anche solo per scrollarsi di dosso la pesantezza accumulata in quasi dieci (10) settimane di quarantena. Tuttavia, proprio ora che si comincia a parlare di ritorno alla mobilità, mi trovo a riflettere sul concetto contrario.
In questo 2020 siamo passati da un’esagerata mobilità all’estrema immobilità. Uno shock non di poco conto, ma che aiuta a riflettere su quale sia l’utilità della mobilità e quando, invece, sia il caso di farne a meno. Penso, per esempio, alle code interminabili che ogni giorno mi sorbivo per andare e tornare dal lavoro, confermatesi inutili – nonché dannose dal punto di vista psicologico – nel momento stesso in cui sono stato in grado di garantire una uguale e più serena produttività lavorando da casa. Penso alle spese futili e ai carrelli semivuoti, quando basterebbe un minimo di pianificazione per evitare di intasare le corsie con la propria malattia da accumulo. Penso al risparmio di benzina, all’aria un po’ più pulita, al silenzio. Penso al tempo in più che ho potuto dedicare alla scrittura, ai piccoli lavori di casa o anche solo a un po’ di relax. Penso alla mente un po’ più sgombra, libera dalla smania dello spostamento.

Di certo si sbagliava chi pensava che la quarantena ci avrebbe reso persone migliori. Tuttavia, visto che nulla è mai perduto, ti propongo questa riflessione: di quanta mobilità tossica posso fare a meno? Quando è necessaria, quando è futile?
Nota bene: non sto parlando di limitare la propria libertà, ma di libera scelta.

_giorno 69_

La bellezza della bestia

«Non puoi condividere ‘sta foto», mi sembra già di sentirti.
Mi spiace, ma non sono d’accordo.
Il soggetto, lo ammetto, non è dei più semplici: Adolf Hitler, criminale.
La storia la conosciamo tutti, anche se molto spesso mi vengono dei dubbi. Conosciamo la sua follia, la sua grande capacità di intendere il mondo della comunicazione, la sua soluzione finale. Fatti che è giusto condannare e continuare a studiare.

Nella serie scattata da Heinrich Hoffmann, diventato in quegli anni suo fotografo ufficiale, Hitler viene ritratto durante le prove dei suoi discorsi. Si scopre un lato più umano. In quanti, prima di un discorso ufficiale, non provano i gesti, le pose, le pause da adottare al fine di donare al tutto la giusta enfasi?
La bellezza tecnica, oggettiva, risalta oltremodo la teatralità del soggetto. Non è un semplice uomo che prova un discorso. È un grande attore. È la spinta verso il futuro, un respiro prima di gettarsi a capofitto in un nuovo mondo. È una colonna portante, la nuova Statua della Libertà.

È quindi giusto scegliere di non condividere questa foto?
È giusto deriderla o censurarla senza considerare il contesto nel quale viene condivisa?

Introduzioni pretestuose a parte, caro Lettore, non so come la pensi, ma il mio punto di vista dovrebbe esserti chiaro.
Un conto è il soggetto e la sua storia, un altro è la bellezza della foto.
Se ci azzardassimo a censurarla, il rischio insito è il dimenticatoio. Censurare la Storia, compresi i suoi crimini e le sue bugie, è l’errore più grande che l’uomo possa mai commettere.
Indulgiamo pure, dico io, nella bellezza della bestia, anche solo per ricordarne i tratti.

_giorno 70_

«Il bello è che scrivere è un altro modo di cagare e masturbarsi»

Efraim Medina Reyes

Raggiunta la decima settimana, la questione è una sola: continuare il diario o fermarsi?
Sebbene mi faccia piacere mantenere questo appuntamento quotidiano, i rischi insiti sono due: da un lato la masturbazione in un senso legato all’autocompiacimento per quanto scritto, dall’altro la defecazione repentina di idee e argomenti che meriterebbero più approfondimento.
Riflettendoci bene, però, le problematiche elencate sono la perfetta sintesi dell’attività di scrittura, come del resto sintetizzato nelle parole di Efraim Medina Reyes: lo scrittore si siede sulla tazza (il foglio bianco) ed espelle i suoi bisogni fisiologici (le parole), per poi trastullarsi in totale estasi («Ah, anche oggi è fatta!»). Sebbene l’immagine appena focalizzata sia contraria a tutta la poetica creata attorno all’attività di scrittura, la realtà dei fatti rimane.
Siamo dei vanesi, presto detto, e in tal senso è inutile nascondersi dietro un muro di falsa modestia. Chi scrive solo per sé stesso non può definirsi scrittore, tanto vale buttare nel fuoco il frutto di tanta fatica una volta tracciata la parola ‘fine’. Il vero scrittore defeca il suo io imbrattando fogli su fogli per poi gingillarsi sulle proprie reazioni e su quelle altrui in un misto tra autocompiacimento e timore, in quanto è l’atto di rendere pubblico il proprio lavoro a renderlo tale. Da ciò non si scappa.

Mi rendo conto che l’immagine proposta sia quanto meno sgradevole, ma è un genere di scrittura/provocazione che amo.

E.


Le altre parti del Diario in quarantena le trovi qui.

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