Diario in quarantena – settimana 4

_giorno 22_

«Dio caro! Perché non mi hai aspettata?»
Le urla della vicina fanno a pezzi il silenzio della quarantena. In queste settimane ci siamo uditi nei soffusi rumori di una quotidianità forzata, normale per un condominio, ma questa volta è diverso.
Io e la mia compagna tentiamo di capire cosa sta succedendo, orecchie appiccicate al muro. Grida disperate, passi pesanti avanti e indietro, sentiamo sbattere vari oggetti. Un tradimento? Una lite pesante dovuta all’isolamento forzato? Non lo sappiamo, ma col passare dei minuti il volume delle imprecazioni cresce d’intensità.
«Ma si stanno menando?» mi chiede la mia compagna. Difficile da dire, anche perché l’unica reazione udibile da parte di lui è un calmo «Dai, dai».
«Perché non mi hai aspettata?»
La stessa domanda, questa volta condita da singhiozzi.
Nel frattempo, tutto il condominio ha preso vita. Le porte si aprono, sentiamo passi sulle scale, domande preoccupate. Esco anch’io nel momento stesso in cui il mio dirimpettaio sta suonando all’appartamento dei vicini, avendo cura di allontanarsi per mantenere la distanza di sicurezza. Esce lui.
«Tutto bene?»
Lui è abbattuto. «Sì, scusate, ma le è morta la mamma.» Sembra sempre una cosa lontana, finché non ti colpisce anche solo indirettamente. E nonostante le mascherine e la fila per fare la spesa, ho sempre identificato il virus come un’entità remota. La disperazione di una figlia ha investito tutti nel tempo di un urlo, nonostante i nostri rapporti si siano sempre limitati a dei discreti «Buongiorno» e «Buonasera», al massimo un «Come va?».
La realtà prende il suo spazio, appesantendo improvvisamente la situazione alla quale siamo costretti. Un solo pensiero emerge dal malessere imperante da ieri sera: e se succedesse a me, come reagirei?

_giorno 23-24_

Settimana sfiancante.
Devo abituarmi a una nuova routine.
Sveglia alle 6:00. Dieci minuti per stiracchiare le membra sul terrazzo; il fresco, il silenzio, la sigaretta e il canto di un passero che ogni mattina si poggia su uno dei tetti vicini per cantare fanno un ottimo lavoro. Mezzo bicchiere di succo per assumere un po’ di zuccheri e poi dritto sul Mac. Giusto un’ora e mezzo abbondante di creazione prima di fare colazione ed entrare nell’ottica del lavoro.
L’obiettivo è uno: scrivere. Vanno bene i racconti, ma c’è un romanzo da finire. Ho sempre pensato che il mondo in cui l’ho ambientato fosse un po’ troppo estremizzato, ma il periodo che stiamo vivendo l’ha reso molto plausibile. Ottimo così.

_giorno 25_

Sempre in cerca della positività, in queste settimane ho perso un po’ di tempo analizzando la tipologia di notizie e il loro afflusso. Una perdita di tempo per molti, lo capisco, ma è un argomento che mi appassiona. È molto interessante notare come l’agenda setting (il palinsesto dei fatti ritenuti notiziabili per giorno/periodo) vari nel tempo a seconda di esigenze, emergenze ecc.

Un aspetto positivo di questo periodo di quarantena è senz’altro la mancanza di interesse dimostrata dai media nei confronti del classico dibattito politico, soprattutto considerando un paio di anni in cui il livello raggiunto era a dir poco vomitevole. È un piacere non vedere più, per lo meno su molti telegiornali, faccioni attrippati e tronfi sputare le proprie menzogne in un misto tra falsa indignazione e sincera mendacità. E nonostante il loro ragranellare nel torpido nella speranza di comparire in video, non vengono accontentati; i primi che mi vengono in mente sono senz’altro Meloni, Renzi e Salvini.
Ciò che mi preoccupa, però, è che queste sparate vengono comunque condivise “dall’aggende”. Li vedo ogni giorno, parlo dei soliti insospettabili, emergere dal sottobosco per sostenere le cause perse di chi, nella pratica, non è altro che un fallito e un bugiardo; aspetto, quest’ultimo, che fa apparire loro stessi come falliti e bugiardi (senza farci una grande figura in merito). Qui non si tratta di pensiero critico, ma di riuscire a separare i fatti dalle opinioni. E se in questo Paese ancora vige la libertà d’opinione (sempre sia lodata), lo stesso non si può dire per la libertà di sparare stronzate, soprattutto se dannose in un periodo delicato come questo.

State facendo dei danni, sappiatelo.

_giorno 26-27_

«Noi andiamo giù a prendere una boccata d’aria. Ci vediamo?»
È cominciato così. Qualche parola, una sigaretta, gustarsi i raggi del sole. Poi si portano giù i calici, una bottiglia di vino (tre, in realtà). Un piatto di pasta all’aria aperta. Una boccata d’aria si trasforma in qualche ora, ma sempre tutti bene attenti a stare a distanza.
Poi arriva il momento di salire a casa, ancora rinchiusi ma felici: sì per essersi goduti qualche ora di svago, ma soprattutto perché era palpabile il fatto che tutti ne avessimo bisogno. Un po’ di compagnia per spezzare la solitudine di chi questa quarantena la sta vivendo da solo. E solo questo pensiero basta per farti sentire vivo.

_giorno 28_

Breve storia triste.

La testa della mia compagna sbuca dalla porta dello studio.
«Caffè?»
«Sì, grazie» le rispondo mantenendo lo sguardo sullo schermo. «Un minuto che sistemo ‘sta roba e arrivo.»
Lei apre la porta del tutto.
«Pff, dopo apri un po’, ché qua in studio sa di chiuso.»
Mi blocco, giro la testa.
«È la mia vita che è chiusa.»
Fine.

E.


Le altre parti del Diario in quarantena le trovi qui.

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