Diario in quarantena – settimana 2

_giorno 8_

È una settimana che ripenso al momento in cui tutta Italia è stata “blindata”; sopporto a stento ‘ste definizioni giornalistiche, ma a volte esprimono bene il concetto.

Ricordo che io e la mia compagna stavamo cenando, discutendo sul fatto che abitiamo a pochi chilometri dalla Lombardia, un confine che era stato chiuso il giorno prima. Era anche il nostro anniversario, il numero 12, fatto che con non poco divertimento le avevo ricordato una volta cominciato a mangiare. All’improvviso lo smartphone emise due vibrazioni. Nuovo messaggio nella chat della compagnia: «Su La7, ore 21.40, Conte in diretta». Ricordo di aver interrotto Friends e selezionato il canale indicato. Tra me e me sentivo che ci sarebbero state novità importanti, tuttavia continuavo a sperare per il meglio. Speranze infrante subito dopo.

Ricordo il brivido che mi percorse tutto il corpo, l’adrenalina che teneva in funzione gli organi, non tanto per l’annuncio in sé, ma per la consapevolezza di vivere uno di quei momenti che fino a pochi secondi prima avevo solo letto sui libri di storia. Dopo la Peste Nera, l’influenza spagnola e molti altri, vedevo già la didascalia: «Nel 2020 il mondo affrontò una nuova pandemia». Ricordo di aver dormito male. L’egoismo lascia spazio a nuovi pensieri, l’affitto da pagare, il lavoro, la vita stessa. Finché si è soli è facile pensare di cavarsela, quando si è in due le cose cambiano.

_giorno 9_

Pensare che quattro anni e due giorni fa (precisamente il 17 marzo) mi laureavo per la seconda volta. Il giorno di san Patrizio, per altro; forse c’entra il destino oppure no, l’importante era festeggiare e bere.
L’ultima visita stabile in facoltà passata con amici e parenti in una continua attesa tra discussione e proclamazione. Alcol e cibo a fiumi, e poi il primo sonno davvero sereno dopo diversi mesi di lavoro notturno e disperatissimo alla tesi, sfiancante seguito alle giornate passate in ufficio.

In questi giorni sto leggendo dei neolaureati via Skype, e subito mi si stringe il cuore. Studenti che discutono la tesi davanti a uno schermo, senza la possibilità di avere al proprio fianco le persone a cui vogliono bene (o, quanto meno, non tutte). E subito mi sento fortunato, ripensando a quanto privilegiata fosse una cerimonia che in quei giorni mi sembrava rientrare nella normalità delle cose.
Oltre alla normalità, questo virus ci ha anche privati delle eccezionalità. Tutto è piatto, ma insieme continua riscoperta alla ricerca di una nuova normalità.
Avanti così, la quarantena continua.

_giorno 10_

Nuovo venerdì, nuova spesa.
La fila è molto più lunga rispetto alla settimana scorsa, circa il doppio, ma non è l’unica differenza. Oggi l’omino col catarifrangente che dirige il traffico in entrata e uscita dal supermercato ha voglia di parlare.
«Eh, ma dico io, chissà che non parta la legge marziale, così è la volta buona che li menano quelli che vengono qui tre volte al giorno per prendersi due robe.»
Il ragazzo davanti a me ridacchia, si volta e mi lancia un’occhiata. Ridacchio anch’io. Vista una supposta complicità da parte nostra, l’omino rincara la dose, scostandosi leggermente la mascherina dalla bocca.
«Ci vorrebbe proprio. Eh, comunque è lunga, eh?! Pensa che io dovrei solo ringraziare per avere questo lavoro, ma non sono sicuro di voler ringraziare. Alla fine sono molto a rischio, ‘camadonna, mi passeranno davanti mille persone al giorno.»
Il ragazzo davanti a me si volta ancora, un sorriso che sta per Spero di riuscire a entrare il più presto possibile, così da non sentirlo più.
Anch’io, gli rispondo con un cenno.
«Che poi, una cosa che mi fa ridere, è tutta quella gente che abbracciava i cinesi. Dicevano che non dobbiamo essere razzisti, abbracciavano i cinesi, ed ecco che siamo tutti contagiati. Adesso non li senti più, eh?! Mica vanno ad abbracciare i malati negli ospedali.»
Il ragazzo davanti a me tira fuori lo smartphone, fa finta di chattare. Io mi giro dall’altra parte, estremamente interessato a capire il modello della macchina appena entrata nel parcheggio. Nel mentre l’omino continua con le sue sparate, convinto che qualcuno stia ancora a sentirlo.
Una donna esce dal supermercato. «Prego, prego», e il ragazzo entra, lanciandomi un’ultimo sguardo pregno di compassione. Mi spiace, vecchio.
Lo so, gli rispondo. Non sono pronto a reggere una conversazione simile in solitaria, potrei innervosirmi fino a scoppiare. Per fortuna, un altro cliente esce trionfante. Io entro senza aspettare le indicazioni dell’omino, ma lo saluto comunque. Vero che fa discorsi degni di una banana, ma resta comunque una persona.

_giorno 11_

In questi giorni sto leggendo vari post in cui gli imprenditori danno spazio alla fantasia per non essere costretti a chiudere. Con i corrieri che in molte zone non eseguono più spedizioni, i piccoli esercizi spintonano per riprendersi il loro posto offrendo la consegna a domicilio. Dall’alimentari alla pescheria, dal “fruttarolo” al negozio di sigarette elettroniche, passando per le librerie. Tutti cercano di tenersi stretto il cliente, nell’estremo tentativo di non soccombere alla quarantena.

Per conto mio, ho accompagnato l’arrivo dello stipendio con un sospiro di sollievo. Capisco e sono vicino a tutti gli imprenditori e possessori di partita IVA (tra cui molti dei miei migliori amici), ma anche noi impiegati nel privato non siamo messi benissimo. L’incognita è sempre dietro l’angolo, visto che si tende a tagliare tutto ciò che si ritiene non essenziale.

Per fortuna ho ripreso a fare pesi, come scrivevo qualche giorno fa. Un toccasana: un’oretta in cui la mente si svuota e si concentra solo sulla corretta esecuzione dell’esercizio.

_giorno 12_

«Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane
Ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo taglia bene l’aquilone
Togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace

Liberi com’eravamo ieri, dei centimetri di libri sotto i piedi
Per tirare la maniglia della porta e andare fuori
Come Mastroianni anni fa
Come la voce guida la pubblicità
Ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore
Ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini per scivolare meglio sopra l’odio
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio

Potrei ma non voglio fidarmi di te
Io non ti conosco e in fondo non c’è
In quello che dici qualcosa che pensi
Sei solo la copia di mille riassunti
Leggera, leggera si bagna la fiamma
Rimane la cera e non ci sei più

Vuoti di memoria, non c’è posto per tenere insieme tutte le puntate di una storia
Piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo taglia bene l’aquilone
Togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace

Libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi
Adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
Come Mastroianni anni fa, sono una nuvola, fra poco pioverà
E non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà

Potrei ma non voglio fidarmi di te
Io non ti conosco e in fondo non c’è
In quello che dici qualcosa che pensi
Sei solo la copia di mille riassunti
Leggera, leggera si bagna la fiamma
Rimane la cera e non ci sei più e non ci sei più e non ci sei e non ci sei.»

(Samuele Bersani – Giudizi universali)

_giorno 13_

Il silenzio. L’orecchio si abitua a volumi più bassi. Il fragore quotidiano è lontano. Senza il continuo andirivieni delle automobili, il paese riscopre i rumori del tempo.
Il vento irrompe tra i rami dell’abete secolare, massiccia presenza a circa duecento metri da casa. Riesco a sentirlo.
Alzo gli occhi verso il cielo e non vedo aerei, non sento il rombo dei loro motori. A parte il vento, c’è solo immobilità. Fa strano, come si dice qui, ma forse ci voleva.

«Bless this immunity
Bless this immunity
Bless this immunity.»

(Tool – Fear Inoculum)

_giorno 14-15_

Per mia natura cerco sempre di trovare il lato positivo. Non mi arrendo mai, anche quando quasi tutti i segnali presenti dovrebbero portarmi a pensare il peggio; sempre che tutto non sia chiaramente irrecuperabile.
Credo che questa sia un’attitudine che mi sta senz’altro aiutando in queste settimane. Mentirei se dicessi che la situazione in cui ci troviamo non mi provoca un moto di paura sia per il presente che per il futuro. Tuttavia, mi fermo, penso, elaboro le informazioni e riesco a venirne fuori. Anche perché credo che la paura sia un sentimento che funge da stimolo. Aiuta il cervello a macinare idee e trovare soluzioni.
Al contrario, il panico crea un’immobilità sintomo di un primo passo verso la privazione del pensiero. Questi ultimi anni ne sono un esempio: quante volte hai visto sui social notizie condivise alla cieca, titoli e annunci allarmanti creati col solo obiettivo di dare vita a spaesamento e mancanza di prospettive? E non servono a nulla le smentite, in quanto il panico ha già bloccato la capacità di giudizio del ricevente.
Si può concludere, quindi, che paura e panico, pur essendo entrambe reazioni istintive, divergono tra loro. La prima produce raziocinio, mentre il secondo rimane nel puro istinto, avendo dalla sua la capacità di essere estremamente contagioso.

Ora, quello che mi chiedo io è: che senso ha vivere questa quarantena cedendo al panico? Aiuta qualcuno bloccare le proprie capacità cognitive? A chi giova davvero condividere una puttanata se non il creatore della suddetta?
Io ci rifletterei.

E.


Le altre parti del Diario in quarantena le trovi qui.

2 risposte a "Diario in quarantena – settimana 2"

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