Diario in quarantena – settimana 1

_giorno 1_

Aspettando la nuova diretta del premier Conte, tiro le somme di questa prima giornata di quarantena (anche se sarebbe meglio definirla autoquarantena). Il lavoro da casa funziona, come ho sempre pensato. Ovviamente lo dico perché le mie attività si svolgono su Internet, quindi posso arrangiarmi senza problemi. Rispetto al lavoro d’ufficio, comunque, ho notato una maggiore tranquillità, pur lasciando invariata la produttività e rispettando rigorosamente gli orari.
È stato strano vedere la casa invasa dal sole, mangiare cucinando al momento, passare i miei cinque minuti di pausa sul terrazzo.

Dalle finestre ho sentito che Valeggio non si è fermato. Meno traffico, certo, ma ci sono segni di vita. Non tutto si è fermato, e lo capisco; non tutti, infatti, possono godere dello smart working.

Chissà come andrà nei prossimi giorni, quando la vecchia routine verrà sostituita dalla nuova.

_giorno 2_

Da oggi anche la mia compagna è a casa. Io lavoro in studio, lei in cucina. Due computer a testa.

Whatsapp è diventato l’unico modo per tenersi in contatto con gli amici, presenze invisibili seppur costanti da sabato. «Tutto bene, ragazzi?» è il buongiorno. C’è chi si annoia perché impossibilitato a lavorare e chi, invece, ne approfitta per qualche minuto di pausa. Bene così.
Tutti non vediamo l’ora di riabbracciarci. È strano pensare a come cose che ci sembravano scontate, come la libertà di circolare, ora siano diventato un fatto straordinario.

_giorno 3_

In coda, fuori dal supermercato. Ognuno attende il suo turno, distanza minima di un metro l’uno dall’altro. Tante mascherine, tanti guanti, nervosismo palpabile. «Ehi, signora con la sigaretta, la coda inizia più indietro», «Ehi, uomo mascherato, facci passare». L’omino col catarifrangente mantiene l’ordine. Per un carrello che esce, uno entra.
All’interno l’atmosfera è pesante. Gli addetti al banco dei salumi sono indaffarati a non servire nessuno. Gli scaffali delle uova sono semivuoti, come anche il frigo dei latticini. La birra più economica è quasi finita: non potendo bere al bar, la gente ha fatto scorta. Per fortuna ci sono abbastanza Ichnusa e IPA per me, ma niente Guinness West Indies Porter (sigh). Una volta arrivato alla cassa, sento una leggera vertigine. È il caldo, tanto che non vedo l’ora di uscire. La cassiera passa in fretta la mia spesa, quasi mi lancia addosso il POS.
Appena esco respiro aria pulita, l’idiota che prende il mio posto quasi mi investe col carrello. ‘Fanculo.

Cinque minuti e sono a casa. L’autocertificazione non è servita, ma meglio metterla da parte. Le birre vanno messe subito in frigo.
Stasera pizza. Una piccola e grande coccola.

_giorno 4_

Aperitivo via Skype. Devo dire che la cosa mi mancava, ma per come vanno le cose bisogna ingegnarsi in qualche modo. Un’oretta “insieme”, sorrisi e baci virtuali, una bottiglia di vino e sembra quasi che la settimana che ci ha divisi non sia passata. Manca il contatto fisico, certo, ma va bene così. Non serve a nulla sminuire le direttive, anzi.

_giorno 5_

Ieri è stata una giornata passata con la mia compagna, oggi mi sono dedicato alla scrittura e a qualche film; senza contare l’ultima lezione su Instagram di Verona Fotografia. Se non approfittassi di queste settimane in cui la vita va senz’altro più lenta, allora farei meglio a cambiare mestiere.
Ultimata la prima bozza di un nuovo racconto, già raccolgo le idee per il prossimo. È sempre così: processo continuo, mai fermarsi (cruccio e delizia).

_giorno 6_

Trovare ogni giorno un argomento di cui parlare non è una passeggiata. Io la risolvo così: giornalmente, grazie al lavoro che faccio sui social, ho la possibilità di aggiornarmi in cerca di nuovi temi, così da doverne approfondire uno o anche più.

Oggi voglio raccontare una storia.
Io sono un fumatore, piacere. Non sono qui per ammettere di avere un problema – ce l’ho, certo, ma non voglio ammetterlo e meno ancora scivolare in giustificazioni da paraculo e inutili vittimismi – anche perché fumare mi piace parecchio: è una dipendenza, certo, ma mi piace pensare che sia dovuta più al piacere che ad altro. La consapevolezza di ciò viene dal fatto che quasi tre anni fa ho cominciato a usare le sigarette elettroniche. Non ho mollato le “sigarette tradizionali” (nel mondo dello “svapo” le chiamano così), ma riesco a contenermi, relegandole a momenti specifici della giornata. È stato proprio grazie ai vaporizzatori personali (definizione corretta) e agli estratti di tabacco che ho scoperto di non riuscire a fare a meno del gusto, a documentarmi seriamente sulle varietà di tabacco esistenti fino a riconoscerle dall’aroma.

È successo che qualche giorno fa è stata ordinata la chiusura di tutti gli esercizi commerciali ad eccezione di tabaccherie, supermercati e pochi altri. Nell’elenco delle attività chiuse c’erano (e ci sono) anche i negozi “di svapo”. Non ti dico il caos scatenato da ‘sti sfigati delle sigarette elettroniche: «Eh, è un nostro bisogno primario!», «E le tabaccherie che provocano solo morti?» e altre stronzate simili. Sarebbe bastato un po’ di cervello, unito a un pelo di consapevolezza del mondo che li circonda, per capire che una tabaccheria non vende solo sigari e sigarette, ma permette l’acquisto di valori bollati e altri servizi (come il pagamento delle bollette, per dirne uno). Senza contare che c’è comunque la possibilità di fare ordini online.

Tutta ‘sta manfrina per dire cosa: vero che sono uno che “svapa”, ma per favore non accostarmi a ‘sti mentecatti. Grazie.

Adesso vado. Devo fare un ordine di aromi e fili resistivi.

_giorno 7_

Scrivo queste parole subito dopo aver staccato dal lavoro. Stesso computer, stessa scrivania. È ancora un po’ strano, ma mi ci sto abituando.
Ieri ho ripreso a fare un po’ di pesi, visto anche il tempo reso libero dal non dover immergermi nel traffico su ruote per tornare a casa. È tutto oggi che braccia, pettorali e addominali me lo ricordano. Niente di grave, però, pensavo di essere più arrugginito.

Un consiglio: la smettiamo di usare Whatsapp come veicolo per catene di sant’Antonio e bufaline-bufalette varie? Non che a me la cosa cambi molto, ma non ci si fa un grande figura. Anche perché, se voglio rivolgere un pensiero non sarà certo a qualche supposta divinità, ma a medici e infermieri che giorno dopo giorno fanno a meno del sonno per aiutarci a venire fuori da ‘sta situazione. Sono molto più utili la nostra collaborazione e il nostro “stare a casa”, non certo uno straccio di preghiera.
Grazie.

E.


Le altre parti del Diario in quarantena le trovi qui.

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