Lettera aperta per una “femminista”

Femminista o umanista? Meglio la seconda.

(photo by T. Chick McClure on Unsplash)

_AVVERTENZA_
Il tono è volutamente provocatorio e potrebbe offenderti, ma il contenuto no.

Cara “femminista”,
sappi che non ti reggo più.
Prima di accusarmi di supposta misoginia, come se io potessi mai essere prodotto ed espressione del sistema patriarcale che tanto disprezzi (o quanto meno odiare o repellere le donne, perché questo vuol dire ‘misoginia’) lasciami spiegare.
Io non ti reggo più, ma non è che non ti reggo più in quanto donna, e nemmeno perché sei convinta di “difendere le donne”. Non ti reggo più perché sei una scimmia urlatrice. Non ti reggo più perché non perdi occasione di mostrare al mondo il tuo qualunquismo, la tua incapacità di operare le giuste distinzioni. Il mondo è complesso, lo sapevi? Mai come in questi tempi – anche se è sempre stato così – il bianco e il nero sono solo gli estremi di un mondo in scala di grigi. Non sto dicendo che giusto e sbagliato non esistono più, ma che la faccenda è un po’ più articolata di una manciata di slogan urlati in piazza.

Tu dici che un uomo è un vero uomo solo quando sostiene la causa femminista. Ok, lasciami ridere qualche secondo prima di spiegarti perché credo si tratti di una sciocchezza.

Secondo il mio punto di vista, il femminismo ha fatto il suo tempo. È vero, il movimento è stato utilissimo per liberare la donna da molti degli schemi imposti da una società fatta a immagine e somiglianza del maschio becero. Lungi da me infangare il lavoro già fatto, e tremo al solo pensiero di quanto ce ne sia ancora. Tuttavia, credo che il termine ‘femminista’, in tutte le sue accezioni, non sia più adatto. È arrivato il momento di evolvere il pensiero. Il femminismo, anche lessicalmente parlando, ci ha così abituati alla distinzione uomo-donna che si è perso di vista il fine della lotta: la parità di diritti.

Come posso sorridere quando accusi “noi uomini” di maschilismo se solo ci azzardiamo a commentare positivamente un bel corpo? Dimmi come posso sostenerti se devo sentire le tue battutine di scherno, se devo continuamente saltellare tra uno scoglio e l’altro in perenne attenzione a non “offendere le donne”, se devo avere paura di sfiorarti con un dito per motivi che escludono ogni tipo di violenza, se devo temere di insultarti quando te lo meriti, se devo piegarmi a oscene varianti lessicali solo per farti sentire ancora più donna di quanto tu già non sia.
Non basta nemmeno che io, in quanto uomo, riconosca i limiti di un sistema che si è sempre autofavorito e autoalimentato. In questo senso, secondo te, devo sentirmi meno di una merda; devo accettare il “voi uomini” e mordermi la lingua; devo abbassare la testa nei confronti di aberranti costruzioni lessico-concettuali tra cui spiccano ‘femminicidio’ e i vari ‘sindaca’, ‘ministra’, ‘capitana’, ‘la presidente’; sono accostabile al figlio di un boss della mala che non denuncia il sistema criminale in cui è cresciuto anche se estraneo a esso (ma non si dice sempre che le colpe dei padri non ricadono sui figli?).
Davvero sei convinta che urlare «Girl power!» e «ME TOO!» ogni due per tre faccia di me un vero uomo? Se credi che farmi sentire una merda sia la strada giusta per farmi abbracciare le tue stesse armi concettuali, hai sbagliato direzione.

Sebbene riconosca il nobile fine della tua causa, io non ci sto. L’uguaglianza non si raggiunge erigendo muri, ma valorizzando le differenze rimanendo nel campo dell’uguaglianza in quanto parte della specie umana. Uomo e donna saranno effettivamente “uguali” nel momento in cui potrò darti della stronza senza temere accuse infondate; e lo sei, stronza, se ora ti senti offesa come donna e non come essere umano.

La vera liberazione avverrà quando sarò libero di guardarti nello stesso modo in cui lo fai tu. La chiave è la responsabilità individuale, non certo quella di sesso/genere. Nel caso del culo, infatti, la differenza sta tutta tra apprezzamento e sozzura, quest’ultima da combattere con i mezzi messi a disposizione dallo Stato; quest’ultimo troppo spesso sordo e cieco: ed è proprio questa la battaglia da portare avanti.
Quindi, perdonami se non ce la faccio a definirmi femminista. Preferisco di gran lunga il termine ‘umanista’.

Per finire, voglio specificare che non ti sto dicendo di abbandonare la lotta, ma solo di aggiustare il tiro. Le chiacchiere da bar e gli slogan non sono mai una buona idea, men che meno nel momento in cui arrivano a infangare una causa nobilissima.
Pensaci.

E.

p.s. Prima di definire me o questo scritto ‘misogino’, ripassa il significato di questo aggettivo. Per sicurezza te lo lascio qui:

misògino agg. e s. m. (f. -a) [dal gr. μισόγυνος, comp. di μισο- «miso-» e -γυνος «-gino»]. – Di persona che prova una repulsione patologica verso la donna, anche per ciò che concerne i rapporti sessuali, o che ha un’avversione generica, mista a disprezzo, per tutte le donne. Per estens., come agg., di ciò che rivela misoginia: atteggiamento m.; la letteratura mmedievale.

Treccani.it

5 risposte a "Lettera aperta per una “femminista”"

  1. “L’uguaglianza non si raggiunge erigendo muri, ma valorizzando le differenze rimanendo nel campo dell’uguaglianza in quanto parte della specie umana”. Ecco questa frase è quella che meglio dovrebbe riassumere tutto il nostro vivere, uomo o donna che sia…

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  2. Buonasera, mi permetto di lasciare un commento per dire che è rassicurante leggere le riflessioni di una mente pensante, soprattutto se inserite in una società dove le ideologie e i movimenti passati, tra cui il femminismo, oggi sono esclusivamente l’oggetto necessario per favorire tendenze ed omologazioni. Un saluto, Katia. 😉

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