Il sorpasso

skkstories_39

Successe che ero in macchina. Stavo tornando dal lavoro, fermo al semaforo, i finestrini abbassati. L’unica bava d’aria, rovente. La maglietta, una sottiletta umidiccia tra schiena e sedile.
Mi guardavo attorno, in cerca di un qualsiasi dettaglio che potesse distrarmi dalla canicola padana. Ecco, allora, che gli occhi si soffermarono sullo specchietto retrovisore: una Audi A3 si era fermata a pochi centimetri dalla mia Lancia Y. Il conducente era giovane, le guance morbide non segnate dall’età o dalla ricrescita delle cinque non lasciavano alcun dubbio. E poi aveva l’aria di uno che se l’era appena spassata in piscina con gli amichetti, lui e quella camicia hawaiana che lasciava intravedere la totale assenza di pelo sui pettorali magri e soffici. Con una mano, la destra, teneva il volante, mentre la sinistra era occupata a smanettare col telefono.
Idioti, pensai. Poi, se fanno un incidente, si lamentano come delle mammolette.
Cercai di distogliere lo sguardo, ma la tentazione di saperne di più era troppo forte. Stava messaggiando, sicuro. Si scattò un selfie, poi un altro, quasi si stesse vantando di guidare quella particolare automobile. Eh certo, vuoi mettere la macchina del papi?
Luce rossa. Luce verde. I motori rombarono a fatica incanalando aria carica di umidità. La strada era dritta. Una dopo l’altra ingranai le marce, aumentando la velocità. Lui rimase dietro, telefono sempre in mano e orientato in orizzontale verso di me; i vantaggi del cambio automatico. Non avevo alcun dubbio: stava facendo un video. Chissà, magari stava documentando le sue esaltanti avventure all’inseguimento di una Lancia Ypsilon lordata di fango fino a metà delle portiere. Un evento che si sarebbe concluso con un sorpasso e un dito medio da parte sua, sbeffeggiando le mie modeste capacità di guida.
Dopo una rapida occhiata alla carreggiata opposta, eccolo lì che mi sorpassa. Accelero, ma non posso competere col suo motore. Mi si affianca, a tutta velocità, e intanto continua a riprendermi. Lo vedo dal finestrino spalancato, il volto contratto in un sorriso scimmiesco. Le sopracciglia, sotto gli occhiali da sole, piegate verso l’interno, formano tante ondine morbide sulla fronte.
«Ehi, cazzetto!» urlo levando la mano sinistra, le dita chiuse a pugno tranne il mignolo che lascio ondeggiare quasi fosse un vermicello in fin di vita. «Attento ai gioielli!»
Lui gira la testa di scatto, giusto in tempo per vedere il motivo della mia allegria: in direzione contraria, dall’altro lato del cavalcavia, era comparso un camion. Un colpo di clacson degno di una nave da crociera, e il picchiatello fece del piede sinistro e del freno una cosa sola, riuscendo per un soffio a reinserirsi in carreggiata. Il telefono gli scivolò di mano, rimbalzò sul bordo del finestrino e andò a cozzare sull’asfalto. Il camion ci passò sopra, imperterrito. Ora non stava più ridendo. Dietro di me, frenava a bordo strada.
Inserii la quinta, e sfrecciando verso casa tirai fuori dal finestrino il braccio libero per lasciargli un dito medio in bella vista.
Che impresa, ragazzo. Spero con tutto il cuore che i tuoi amici abbiano visto tutto.

E.

(soundtrack: Nine Inch Nails – Starkfuckers, Inc.)

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